Spedite fogli di poesia, poeti
dateli in cambio di poche lire
insultate il damerino, l’accademico borioso
la distinzione delle sue idee
la sua lunga morte,
fatevi poi dare un teatro, un qualcosa
raccontateci le cose più idiote
svestitevi, ubriacatevi, pisciate all’angolo del locale
combinate poi anche voi un manifesto
cannibale nell’oscurità
riparlate di morte, dite delle baracche
schiacciate dal cielo torvo, delle parole di Picabia
delle rose del Sud, della Lucerna di Jacca
della marza per l’innesto
della tramontana greca che viene dalla Russia
del gallipolino piovoso (angolo di Sternatia)
dell’osteria di De Candia (consacratela a qualcosa!).

Straripante, impetuoso, imprevedibile, letterato di strada, “battistrada storico delle avanguardie culturali salentine”, il poeta e romanziere Antonio Leonardo Verri, classe 1949, originario di Caprarica di Lecce, era il principe dei selvaggi salentini, scuola di poeti maudit che imperò nel Salento durante gli anni Settanta e Ottanta.

Qualcuno se lo ricorda sulla gradinata dell’Ateneo salentino, intento a distribuire i suoi fogli di poesia per poche lire, sfidando l’accademismo e la cultura rinchiusa nelle aule, per altri è l’eterno compagno di bevute e goliardia nelle osterie di Sternatia e Cursi o nelle campagne conosciute a pochi, per altri è semplicemente Stefen, il suo alter ego letterario che scivola tra le pagine della sua letteratura.

Antonio e le betisse

La Fiat 126 di Antonio Verri si schianta contro un ulivo la notte tra l’8 e il 9 maggio del 1993. Si chiude in un tragico secondo una delle stagioni più ricche della letteratura salentina. Ma non solo. Con lui, cadono lentamente nell’oblio l’entusiasmo della piccola editoria letteraria, il pensionante de’ saraceni, le betisse, nome che aveva trovato per le belle ragazze salentine un po’ addormentate. Con lui se ne sono andate le città immaginifiche di Guisnes, l’ebbrezza della scrittura poetica e, in ultimo, l’utopia di rinchiudere il mondo intero in un libro, il grande romanzo del suo Salento, che avrebbe voluto chiamare Declaro.

Per riprendere un verso di Walt Whitman, Antonio Verri era vasto, conteneva moltitudini. Impaziente di cimentarsi in ogni forma di scrittura, di avventura letteraria, poeta militante, fondò alcune tra le più importanti riviste culturali salentine: Caffè Greco, Pensionante de’ Saraceni e il suo Quotidiano dei Poeti che, in soli dodici giorni, grazie a una rete di amici militanti, fu distribuito in tutta Italia, da Bari a Trento, passando per Matera, Perugia, Roma, Milano, Belluno.

“Per giungere nel retro osteria, occorreva attraversare un corridoio largo e lungo scoperto, che l’uomo dei curli, Antonio Verri, attraversava sempre con un suo modo di camminare tipicamente ondulante. Guardandolo, francamente, veniva un po’ da ridere, ma nessuno si permetteva di farlo, data la grande serietà che egli poneva in tutte le sue cose, soprattutto quelle riguardanti il senso profondo della vita. Dunque l’uomo dei curli, Antonio Verri, camminava quasi sempre danzando”.

Maurizio Nocera

L’avanguardia meridionale porta il nome di Antonio Verri, lui che ha ricreato il suo Salento, raccontando del fabbricante di armonia Antonio Galateo, delle betisse con cui ballare una tarantella, dando vita a un libero cantiere culturale salentino, insieme a Salvatore Toma, Claudia Ruggeri, Maurizio Nocera, Francesco Saverio Dodaro. Ma il Salento di Antonio Verri era anche un paesaggio trasfigurato, travasato nelle stazioni di frontiera di Port Bou, nelle oniriche città di Guisnes dei suoi romanzi poco conosciuti, e nello stesso linguaggio, sognante, metaforico, ricco di neologismi, immagini, quasi un poema in prosa. E il suo idioma era contagiato dai flussi di coscienza di Joyce, gli esercizi di stile di Queneau, i poeti albanesi a cui tendeva l’orecchio.

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Antonio Verri, primo da sinistra

Scrissi che ero un portento alla Torre del Serpe
che tornavo ad aspettar la neve
che la fortuna era da sempre il pane e il miele.

Antonio Verri oggi

Oggi, insieme al Fondo Verri a Lecce, fucina di eventi e scritture, orchestrata da Mauro Marino e Piero Rapanà, dove è possibile anche trovare edizioni ormai introvabili dei suoi testi, i romanzi di Antonio Verri sono stati ripubblicati in minima parte da piccole e audaci case editrici, tra cui Il Laboratorio, gestito da Aldo D’Antico, colonna portante della cultura salentina e memoria storica di Parabita. Lo scrittore Rossano Astremo ha dedicato alla poetica di Verri l’intero numero 3 della sua rivista letteraria, Vertigine. A Cursi, invece, si trova il Fondo internazionale contemporaneo Pensionante de’ Saraceni, una biblioteca di circa 3000 volumi e manoscritti, donazione dello stesso Verri.

Insieme alla sua poesia magnetica e barocca e ai suoi fogli di prosa immaginifici, Antonio Verri ci lascia in eredità anche riflessioni lucide su un Sud che sapeva emarginato ma frenetico, isolato ma impaziente, tracciando il ritratto di un Salento che è un’eterna provincia, in grado tuttavia, con tanta fatica, di riscattarsi dal tiro mancino della geografia:

Provincia è innanzitutto la risultante di numerosissimi e diversissimi elementi, più o meno scoperti, che in essa e da essa prendono forma; provincia è quel paese strano e disperato, attraversato da altrettanto strane, disperate e meravigliose energie. Provincia è anche l’oggetto di una violenza, di uno sfruttamento intellettuale perpetrato da chi ha interesse che sia così e solamente così: violenza e sfruttamento sulla cultura locale, che è mortificata e degradata da una sempre continua concentrazione di potere culturale. Tutto questo, ed anche qualcosa di più, è la provincia. Per noi salentini vi è una mortificazione in più: la rarefazione della nostra espressione, della nostra cultura, delle nostre idee. […] Possibile che noi intellettuali, noi politici, noi economisti non riusciamo a vedere quel che ogni giorno di più diventa macroscopico, sempre più visibile? Perché continuiamo a proporre, a dar mano a teorie che ci lasciano e lasciano tutti nel vago? Tutti siamo tutti. D’accordo. Ma per arrivare dove? È molto facile di questi tempi dirci meridionalisti. Però molti tra di noi sono falsi meridionalisti. Il primo verbo della meridionalità dovrebbe essere l’umiltà, quello della salentinità (permettetemi il termine) dovrebbe essere solo questo: rimbocchiamoci le maniche… […] Il nostro compito è identificare, è essere chiari. Tutti noi, per dirla con Tommaso Fiore, abbiamo una responsabilità storica precisa: non tradire e operare…

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