Un cappello rosso e un lungo vestito nero. Claudia Ruggeri ha 18 anni quando incanta il pubblico della Festa dell’Unità a Lecce, recitando i suoi versi da sposa barocca. Era il 1985, nel Salento iniziava a crescere e diffondersi un inedito fermento culturale. Nascevano riviste come “L’Incantiere”, il Laboratorio di Poesia diretto del professore Arrigo Colombo dell’Università del Salento, il festival letterario Salentopoesia. La giovanissima Claudia, nata il 30 agosto 1967 a Napoli, trasferitasi a Lecce pochi anni dopo insieme alla sua famiglia, cresciuta a libri e viaggi, aveva finalmente trovato il terreno fertile dove far germogliare la sua voce poetica.

Sono anni di creatività, voglia di fare, esprimere. Durante gli incontri del Laboratorio di Poesia, Claudia conosce tutti i poeti salentini più importanti, da Antonio Verri, che s’innamorerà del suo talento da bambina-prodigio, a Dario Bellezza, che le resterà sempre vicino, entra in contatto con i più noti intellettuali italiani, come il poeta Franco Fortini, a cui farà vedere i suoi versi, ricevendo in cambio una sorta di paternale e un incoraggiamento a fare piazza pulita dei suoi modelli e delle bigiotterie barocche che ingioiellavano le sue poesie e a dare ascolto alla sua sola voce.

I modelli di Claudia erano i suoi compagni d’avventura, gli amici con cui trascorreva i pomeriggi assediati dalla calura, i libri dove riprendeva le citazioni con cui amava incorniciare i suoi componimenti: Dante Alighieri, Gabriele D’Annunzio, Umberto Saba, Dino Campana, il teatro anglosassone, da Shakespeare a Beckett, Herman Melville, e i contemporanei Dario Bellezza, Andrea Zanzotto e Franco Fortini, con cui intrattiene un intenso carteggio, un dialogo epistolare sulla scrittura, la natura umana.

T’avrei lavato i piedi
oppure mi sarei fatta altissima
come i soffitti scavalcati di cieli
come voce in voce si sconquassa
tornando folle ed organando a schiere
come si leva assalto e candore demente
alla colonna che porta la corolla e la maledizione
di Gabriele, che porta un canto ed un profilo
che cade, se scattano vele in mille luoghi

È imbevuto d’amore, l’inferno minore di Claudia. Come scrive Alessandro Canzian, “poco importa di quale amore si sia realmente trattato. Amore assoluto. Amore spirituale. Amore carnale. L’amore è tutto questo. È purezza. È totalità degli opposti. È speranza. È completezza e talvolta è vuoto. È fragilità e saggezza. È bellezza”. Una totalità emozionale che assorbe per intero la sua poetica e spesso la allontana anche dalle voci a lei contemporanee.

Un chiaroscuro di euforia e disperazione, di sublime e gretto, “una poesia fatta di lava, di sangue e di dolore”, commenta Desiati, popolata di figure enigmatiche, come il matto, Ninive, Beatrice, proprio come sulla scena di un teatro. Una lingua farcita di citazioni, di rimandi ermetici, di luoghi comuni e di nuovi termini inventati, di accostamenti estremi, di parole trobadoriche, scelte linguistiche audaci e talvolta incomprese. Una poesia aulica, che si permette tuttavia il lusso di scendere nei bassifondi dell’umanità, nelle solitudini più nere.

Non ha alba la vita
né tramonto.
Essa è un tramonto
all’alba
e invano tendi
supplice la mano
al lampo che ti acceca
nel breve istante
in cui ti dà le stelle.
Così gramo di tempo,
in un eterno
di te deserto,
vedi scolorire
allo spuntare dell’alba
il tuo tramonto.

È un tramonto perenne quello di Claudia, un’ombra che si allunga sui pomeriggi passati a leggere e scrivere, un fantasma sotto il letto che l’aspetta, nottetempo, prima di addormentarsi. Un buio da cui non riesce a liberarsi. Siamo nel 1996, l’amico Dario Bellezza, malato di Aids, era morto da qualche mese. Antonio Verri era scomparso qualche anno prima in un incidente automobilistico. Intorno a Claudia, sempre più vuoto, sempre più largo. Il fermento di qualche anno fa si affievolisce lentamente. Così la ricorda l’amico Maurizio Nocera«La tristezza – ci disse – la tristezza sta conquistando tutta la prateria, il tormento della solitudine sta ormai colmando ogni vena. Non c’è più nulla da fare. Si va compiendo ogni cosa. Anche la poesia comincia a stonare. Vi prego, ancora un bicchiere di vino». «Ecco il vino, Claudia». «Ancora un altro». «Ma Claudia cosa fai? Sei ammattita? Smettila, che ti fa male!». «Ti prego ancora un altro. E poi voglio ballare».

Claudia_RuggeriUn sabato pomeriggio, Claudia si confessa nella chiesetta di San Lazzaro a Lecce. Torna a casa, da sola e passa la serata probabilmente leggendo. È l’una e trenta, circa, quando spicca il folle volo, dall’alto dei sei piani della sua abitazione, in via Zanardelli. Muore così a 29 anni una delle voci più originali della poesia salentina, e non solo. Si realizza il “folle volo“, Claudia abbandona gli arnesi, lascia i libri. Parte per non andare via mai più.

La sua aura misteriosa che un tempo affascinava gli spettatori ora è soffocata dalla polvere che impregna i volumi delle sue poesie nelle biblioteche dell’Università del Salento. Poco è stato fatto per ricordarne la memoria, ma soprattutto per continuare a leggere i suoi versi, slegarli una volta per tutte dal suo suicidio. Lo scrittore Mario Desiati ha curato un intervento monografico sulla sua produzione letteraria nel 2004, pubblicato sulla rivista “Nuovi Argomenti”, e nel 2007 lo stesso Desiati ha lavorato alla ripubblicazione di Inferno Minore, raccolta di versi di Claudia, edito da PeQuod, mentre il letterato Alessandro Canzian le ha dedicato un saggio Oppure mi sarei fatta altissima.

Di recente, un concorso di letteratura per giovani autori locali è stato intitolato a Claudia Ruggeri e il documentarista Elio Scarciglia ha indagato nel suo passato, fondando anche un sito internet dove è possibile leggere i suoi versi. In ultimo, lo scrittore Giovanni Bernardini, nel suo libro Il vecchio e l’ombra, pubblicato a gennaio del 2016, ricorda Claudia in un fugace cammeo: “Eschilo riconosce nel pensiero, rivelatore di verità, il rimedio del dolore provocato dall’annientamento della vita. Leopardi viceversa asserisce che il pensiero, rivelatore di verità, porta l’annientamento della vita, quindi non è rimedio del dolore. La verità è dolore. Credo che Claudia abbia fatto questa scoperta che l’ha indotta al suicidio”.

Uno scarno nugolo di ammiratori continua a farle la corte, rimembrandone la bellezza, il talento, quel suo strano amore per la vita e per la fantasia, che non ha retto al confronto con la realtà.

Urlava il mondo urlava,
quella volta che quel sesto piano ti chiamò
donna che in faccia fiatavi
l’odore acre del vino messapo
dall’uomo coreutico spremuto
nella pila di nostra Magna Mater Salento.

Quella notte i tamburi tuonarono a fulmini
quando mi chiedesti di danzare con te,
donna dagli occhi del mare,
betissa Claudia-Mesar-lì che più non dormivi,
alla finestra affacciata in attesa
che la luna passeggera sul suo calesse ti cogliesse.

Ricordo che con te ballai, Matto com’ero,
la danza del ragno che tormenta
sui cornicioni delle nostre case antiche
di tufo di cava forata
sfatte dal vento e dal tempo
che con la falce ogni cosa rapisce.

Nella gola profonda crollammo infine morti sfiancati
due volatili pennuti ubriachi eravamo,
il fiore della nostra vita cercavamo
nella roccia che il mare stringeva,
dalle parti di Badisco,
dove il nostro cuore al sole d’agosto si disfece.

Maurizio Nocera

Nell’unica registrazione rimasta della sua voce, Claudia Ruggeri interpreta alcuni versi da Inferno Minore, con un’attitudine teatrale che ricorda quella del Carmelo Bene più tragico, da qualcuno definita “come una bambina in un bordello”. 

Qui, l’antologia completa dei poeti e degli autori salentini. 

Immagine di copertina © Witchoria

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