Gli ulivi
sono fantasmi affollati
nelle distese di grano
oltre i lunghi filari delle viti.
Tanta polvere tanto sole
e la sola insecchita
porta a miraggi di sorgenti
nell’arida terra del Salento
dove le montagne si sognano.

Dai due mari di Taranto alla pietra d’oro di Lecce, Ennio Bonea, scrittore, giornalista, critico, docente, guida critica e amabile interlocutore, come lo ricordano gli amici, e poi per tutti “il professore”, colui che aveva scelto la città di Sant’Oronzo come patria d’elezione e qui s’era perso, tra le case a corte e i ricami barocchi, nelle giravolte del centro storico, qui “si era immerso come un palombaro, negli odori di altri inverni fuggitivi, con le arance, i fichi secchi, il timo e il rosmarino, e le piramidi di noci, le geometrie colorate dei giardini di limoni e mandarini,  in quel fresco umidore delle corti, in quel senso di cielo e di libertà che sono proprie della sua gente, la gente della Magna Grecia, pur negli spazi dolorosi della miseria e del disincanto”.

“È fatto di pietre il mio Sud”

Romantico e visionario, come il suo Bodini, di cui fu studioso e ammiratore, forse meno maledetto, meno ostile, ancorato al cuore della terra salentina, della quale, esaurite le utopie, smette di essere cantore per diventarne paladino. Nasce a Taranto il 6 ottobre del 1924 e si trasferisce a Lecce dove inizia a insegnare, una carriera che lo terrà sempre avvinto agli alti e bassi dell’intellighenzia salentina. Ennio Bonea occuperà per decenni la cattedra di Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università leccese e qui comincia anche il suo percorso politico: esponente del Partito Liberale Italiano dal 1956 al 1963, è stato assessore e vicesindaco del Comune di Lecce e dal 1963 al 1968 deputato nella circoscrizione Lecce-Brindisi-Taranto.

È fatto di pietre il mio Sud
di terribili uomini in lotta
contro la roccia dei millenni.
Le donne aspettano la sera
i figli che fuggono di casa,
intorno al focolare.
Le figlie dietro i vetri
spiano nella strada
il venditore di percalla
sognando futuri di Penelopi.

La cattedra dell’ateneo leccese è per lui punto d’osservazione privilegiato delle nuove correnti culturali salentine. Da qui, diffonde il verbo dei suoi autori, sparge i fogli di poesia vergati da Antonio Verri, Claudia Ruggeri, Salvatore Toma, sotto la sua egida crescono nuove firme, come Maurizio Nocera. Intellettuale, infaticabile sostenitore della cultura salentina, di cui cercava di preservarne l’autenticità non tirandosi mai dietro, cogliendo sempre l’opportunità di intervenire, prendere parola, animando giornali, emittenti e radio locali, fonda La Tribuna del Salento, segnando l’inizio di una entusiasmante stagione culturale salentina. Come scrive Aldo Bello: “La Tribuna del Salento nacque nel ‘59, e quando raggiunse l’incredibile numero di duemila abbonati aveva uno stuolo di collaboratori, parecchi fissi, altri saltuari, eppure tutti entusiasti, che in quella nave scuola del giornalismo provinciale (ma non solo provinciale) avrebbero maturato l’esercizio iniziatico di percorsi professionali di primissimo ordine”.

In redazione alla Tribuna del Salento

Una Olivetti 22, un tavolo dal panno verde e bicchieri di vino. Ci si ritrovava in via Ammirati a Lecce, tutti con soggetti originali e voglia di fare, da Antonio Maglio a Ercole Ugo D’Andrea, fino ad Aldo Bello, che racconta: “lo stormo di Via Ammirati, un gran nugolo di giovani e meno giovani liberali, cattolici, marxisti che nel settimanale di Bonea ebbero occasione di aprire dibattiti anticipatori con una serie di pagine speciali in assoluta libertà di pensiero, senza alcun condizionamento né reciproco né da parte dell’editore”. Un periodo rigoglioso soprattutto per Bonea che, dopo aver fondato il suo organo di stampa, entra in politica, a capo della corrente Presenza Liberale.

L’avventura della Tribuna termina con la creazione di un nuovo giornale, il Quotidiano di Lecce, nel 1979, e sempre negli anni Settanta Bonea dirige Radio Lecce e cura il programma Settimana Libri su TeleLecceBarbano, prima emittente leccese fondata nel 1975. Si limita però a qualche rubrica, delegando sempre di più, perdendo l’ardore giornalistico dei vecchi tempi, rinchiudendosi in una torre d’avorio fatta di scadenze universitarie, esami e studio solitario.

Di meridiane malinconie

Profondo conoscitore di Lecce e dei suoi segreti, dell’anima salentina, di cui si sentiva uno dei tanti “cafoni bruciati”, Bonea cela dentro di sé il desiderio di altri cieli, altri mari, altri profili di santi all’imbrunire, altri profumi che non siano quello della terra arsa e degli uliveti per mano l’uno all’altro. Resta, anche quando smette di scrivere versi, un poeta estraneo a se stesso, avvolto dalla città, ma pur sempre straniero, altro da sé. Una malinconia tutta meridiana, un isolamento che è in sé geografico, culturale e intimo, prende il sopravvento e Bonea si rifugia in una sognante insularità, “essere fuori scadenza”, diceva, “vivere nel tempo ma fuori dal tempo”. Una solitudine spirituale che lo accompagna fino ai suoi ultimi giorni di vita, una pensione dell’anima dove si ritira fino alla morte, nel 2006.

Sono uno di loro
uno dei bruciati cafoni,
ma venate non ho mani
come foglie di tabacco;
piedi non ho ampi come pale
e duri come zoccoli di mulo
né dal cuore purissimo
so trarre canzoni da lanciare
col fiore in bocca sui balconi.

A Ennio Bonea è intitolata la torre del castello di Lizzanello, un omaggio al suo impegno e al suo entusiasmo nella salvaguardia del patrimonio storico salentino, in particolare della Torre del Serpe a Otranto, del cui restauro fu un instancabile promotore.

Grazie alla sua meticolosa produzione critica, oggi ci rimangono meravigliose pagine di letteratura, su Vittorio Bodini, Antonio Verri, Edoardo De Candia e tanti altri scapigliati salentini, fogli di poesia, poemi in prosa. Ma non solo, un esempio di integrità, coraggio e incessante studio, curiosità e conoscenza, l’entusiasmo nel restituire a una terra la sua propria cultura, splendidi ritratti di un Salento che fu e che oggi sembra sonnecchiare in una controra senza fine.

Salento, terra di case bianche
e palazzi con facce di spagnoli sghignazzanti
sotto i tronfi balconi barocchi,
terra di chiese e campanili,
condannata alla sete, coi Santi,
che portano le sarde nella bocca.

Qui il bellissimo ricordo di Aldo Bello.

Qui l’omaggio di Augusto Benemeglio.

Qui, l’antologia completa dei poeti e degli autori salentini. 

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