…ho fame ancora di cose terrestri,

di oscuri umori di vita, di forme

tanto più dolci quanto più vi dorme la morte…

Girolamo Comi, l’esoterista. Comi, l’alunno negligente. Comi, il bibliofilo. Comi, il sommo poeta del Novecento salentino, intellettuale, filosofo, teologo, futurista, a suo modo. Cresciuto nella piccola Lucugnano, frazione di Tricase, dove la provincia anestetica ne ha germogliato lo spirito d’armonia, e poi approdato a Parigi, dove l’incontro con Valéry e gli altri letterati dei circoli culturali lo ha reso perfetto artigiano delle parole, abile maestro di metrica, e a Roma, dove gli si schiusero le porte della poesia orfica e dei riti misterici.

Comi a Parigi

Girolamo Comi era nato nobile. La sua famiglia baronale lo vede venire al mondo a Casamassella, nel 1890, e lui stesso soggiorna a lungo, fino al 1961, nel palazzo neoclassico di Lucugnano, che oggi porta il suo nome e ospita la biblioteca e il museo omonimi. Da adolescente, lo si ricorda come un allievo scapestrato, fuggito dal liceo Capece di Maglie e dal Palmieri di Lecce e sono state le sue origini nobiliari a consentirgli di proseguire gli studi in Svizzera, dove, a Losanna, incontra Rudolf Steiner ed esordisce come poeta con la raccolta Il Lampadario, prima di trasferirsi a Parigi, dove, nei fumosi caffè letterari, si diletta a discutere delle percezioni del sé con Paul Valéry.

La prima guerra mondiale lo richiama in Italia e lo invia in prima linea. Una vita in trincea durata pochissimo perché la sua instabile salute mentale ne provoca il rientro a casa e il ritorno ad occupazioni più sedentarie, come la poesia e la filosofia. Comincia il periodo dei viaggi a Roma, dove Giovanni Papini, Alfonso Gatto, Arturo Onofri lo iniziano ai misteri della poesia orfica e a una visione più intimista e filosofica del versificare. Comi scopre Nietzsche e si avvicina pericolosamente all’idea fascista della razza superiore. La virata non tarda ad arrivare e Comi si orienta verso un cattolicesimo povero e umile, che rifiuta i lussi e i ricchi e rumorosi cortei, e del fascismo resta solo un lieve retrogusto futurista in alcune delle sue liriche. La pubblicazione di Poesia e ConoscenzaNecessità dello Stato Poetico segna l’inizio della sua conversione religiosa e l’esigenza di precisare la propria condizione di intellettuale alla ricerca di un’entità superiore, una sorta di cattolicesimo aristocratico, sublimato, essenziale.

Albero che una linfa illimitata

incorona di gioventù perfetta,

tu nutri il raggio della mia giornata

col cielo acceso sopra la tua vetta;

e tutto quel che sono e che ricordo

e pienezza remota e coscienza

del ritmo della luce da cui sgorgo

con l’ansia di custodirne l’essenza.

L’era dei Cantici

alberoGli anni Venti e Trenta sono segnati da una lucida produttività: Comi pubblica numerose raccolte, tra cui SmeraldiCantico dell’alberoCantico del tempo e del semeNel grembo dei mattini, e numerose antologie. Alla fine della seconda guerra mondiale, decide di tornare definitivamente nella sua Lucugnano per dedicarsi alla promozione della cultura nella lontana e difficile provincia. Qui, nel 1948, fonda l’Accademia Salentina, insieme a a Mario Marti, Oreste Macrì, Maria Corti, Michele Pierri, Walter Binni, Luigi Corvaglia, Vincenzo Ciardo, Luciano Anceschi e molti altri intellettuali dell’epoca, tra cui l’amico Vittorio Pagano. All’accademia, che ha sede a Palazzo Comi, si affianca una rivista, L’Albero, pubblicata sino al 1985, perché “i fascicoli della rivista crescevano liberamente e uscivano spontaneamente, proprio come i rami di un albero”, un’impresa visionaria e assurda, portata avanti con passione e disinteresse, davanti a chi si faceva beffe d’una istituzione così altisonante nata nel Basso Salento e, per giunta, nel paesello di Papa Galeazzo.

La stessa energia muove Comi nelle imprese successive: la casa editrice dell’Albero, che purtroppo ebbe poca fortuna, così come la decisione di avviare un oleificio, fallito in pochissimo tempo. Lo scarso fiuto negli affari, l’animo vago del poeta e i sempre meno cospicui aiuti familiari lo riducono all’indigenza, finché l’amministrazione di Lecce non decide di aiutarlo, saldandone i debiti e con un assegno mensile di 55.000 lire, unica sua risorsa insieme al palazzo di famiglia, dove custodiva la sua preziosa e smisurata biblioteca.

Dalla terrestrità che mi devasta

succhiare il soffìo dell’aurora prima

fino a spogliarmi della carne guasta,

sì che il fiore dello spirito esprima

la luminosità ch’è custodita

nel fiato e nella fiamma della vita.

Comi, poeta maudit

Il poeta dei cantici, dello Spirito d’armonia, dal nome di una delle sue ultime raccolte, colui che s’interrogava sulla resurrezione, sulla redenzione dal peccato, sulla possibilità di salvezza per l’essere umano, convive con l’altra faccia di Girolamo Comi, quella del poeta maudit, scapestrato a scuola, nevrastenico in trincea, insofferente a ogni tipo di istituzione, compresa quella del matrimonio, che naufragò in breve tempo, e quella della sua accademia che, come riporta Mario Marti, socio e amico di Comi, “di accademico non aveva nulla”.

Una dualità che s’intravede nelle sue poesie, ma soprattutto nelle memorie che ha lasciato in custodia ai suoi amici più cari, che lo ricordano come un intellettuale irrequieto, fiducioso nella suprema armonia universale e allo stesso tempo pervaso da una febbrile curiosità esistenziale verso ogni forma d’esperienza. Terrestre e aulico, inquieto e sublime, lacerato come il Petrarca da forze opposte, fino alla morte, che lo raggiunge nel 1968, forse unico viatico per la serenità interiore.

Di questo consumo odoroso

di tempo ricco e sonoro

mi resta una fulgida traccia

d’ebbrezza sopra la faccia

e dentro il sangue ansioso

un fitto ronzio d’arie d’oro.

Qui, l’antologia completa dei poeti e degli autori salentini. 

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