Venne un giorno che alla svolta del sentiero della Palascìa la strinsi tanto fra le braccia da toglierle il respiro: alzò gli occhi verso di me e per la prima volta mi guardò in modo diverso, come se avesse capito.

L’ora di tutti, Maria Corti

Si sentiva salentina, non sapeva spiegare perché. Come se, in questa terra fatta di confini e salsedine, ci fosse nata. Sì, c’era la famiglia paterna originaria del Sud Italia, le vacanze passate sin da bambina in riva all’Adriatico, il padre che oggi riposa nel cimitero di Maglie, ma non c’è albero genealogico che giustifichi il fascino che il Salento esercitò su Maria Corti, signora delle lettere italiane, nata a Milano nel 1915, che regalò alla terra da lei tanto amata uno dei romanzi più belli del Novecento, L’ora di tutti, pubblicato nel 1962 da Feltrinelli, “scritto su una casa in riva al mare, a Otranto”.

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Insegnante dell’Ateneo salentino, Maria Corti ha animato la vita intellettuale della penisola più a sud d’Italia. Lei che usava conversare con Dante e gli stilnovisti, diceva d’aver imparato ad amare la poesia contemporanea insieme ad Oreste Macrì, seduta sulla gradinata della cattedrale di Maglie. Fu membro dell’Accademia Salentina, di cui amava vantarsi di essere la segretaria, ma soprattutto ospite nei salotti dei suoi amici letterati, come quello di Girolamo Comi, a Lucugnano. E, cittadina onoraria di Maglie, è stata sua l’iniziativa di rileggere le poesie di Salvatore Toma e diffonderne ancora una volta il suo messaggio di poeta appartato. Suoi interventi si ritrovano inoltre nelle testate locali e nella rivista L’Immaginazione, edita da Manni.

La letteratura come famiglia

La vita di Maria Corti era impregnata di letteratura. Non aveva famiglia, ma il suo mondo libresco l’accompagnava costantemente. Un mondo fatto di manoscritti, lettere, i dialoghi con Dante e Cavalcanti, pensieri appartenenti ad altre epoche, altri spazi, altre rive e poi il fermento dell’attualità, le amicizie fraterne con i protagonisti dell’editoria italiana, con le pietre miliari della critica e della filologia, da Bice Mortara Garavelli a Cesare Segre, il suo lavoro sul 68 italiano che, secondo i suoi studi, aveva preceduto quello francese, la scoperta dell’epistolario d’amore di Calvino a Elsa De Giorgi, che la famiglia dello scrittore aveva censurato. L’amore per le lettere fino a farne canale d’espressione privilegiato, con i suoi romanzi, tra cui Cantare nel buio, dove raccontò i suoi viaggi da pendolare e la vita nei treni operai italiani.

Un’intera esistenza in compagnia della scrittura, celebrata dall’ammissione nelle prestigiose accademie della Crusca, di Brera e di Arcadia, ma soprattutto in quella che forse è la sua creazione più importante: la nascita del Fondo Manoscritti di autori moderni e contemporanei, nel 1972, un’istituzione unica in Europa dove Maria riuscì ad archiviare documenti preziosissimi e introvabili. Un luogo del cuore, allestito a Pavia, che racconta nel suo saggio Ombre dal fondo, una raccolta di interventi critici, ma anche di aneddoti ed episodi memorabili del suo lavoro di ricerca in quello che lei chiamava “avantesto”, tutto quello che precede la creazione letteraria, la scintilla, l’ispirazione arrivata per caso o cercata a lungo, le cancellature, i tentativi.

Insieme al fantastico affresco idruntino, il pensiero più bello di Maria Corti, la sua eredità più preziosa, è forse contenuta in un suo scritto poco conosciuto, la raccolta di saggi danteschi La felicità mentale, del 1983. È possibile per un individuo raggiungere la beatitudine prima della morte? Assaporare la voluptas intellectualis in una dimensione altra da quella religiosa? Ebbene sì, ci conferma Maria Corti, e a sostegno della sua tesi chiama illustri pensatori da Parigi, ma anche Dante e i suoi amici poeti. Una vita civile, una felicità naturale, una lieta predisposizione dello spirito, sebbene il paradiso sia lontano, è accessibile al filosofo, ovvero colui che trae piacere dall’esercizio dell’intelletto, che fa prova di una curiosità umana mai sopita. E presta attenzione alla vita, in ogni sua forma. Proprio come Maria.

“Correte nella cattedrale. Mettetevi in salvo.” Mentre ripetevo: “Salvatevi”, agitando in aria la spada, i turchi mi presero di mira, colpendomi al petto, e caddi a terra. Non sentii molto dolore, più che altro un gran colpo, mentre cadevo, cui seguì un annebbiarsi della vista. “Ecco com’è fatta la morte”, pensai, “ma non è una cosa tanto difficile. Mi pare che si possa proprio andare. Anzi, non è per niente difficile.”

L’ora di tutti, Maria Corti.

Qui, l’antologia completa dei poeti e degli autori salentini. 

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