E questo doveva essere un dimenticare d’essere nato e farla finita e annegare. Invece ci si risveglia più vivi che mai e questa cosa che vorresti distruggere ti balza fuori dalle viscere, ti si butta contro e ti divora. Perché sono incatenato dalla morte, ma per raggiungerla non c’è che da percorrere questa strada maledetta che vorresti scavalcare con un solo balzo, magari mettendoci tutta la forza che ti rimane. E invece te ne rimane sempre dell’altra, sempre dell’altra e tu ci riprovi e te ne avanza sempre. Vuol dire che si deve arrivare sino in fondo, in un modo o nell’altro.

Rina Durante, La malapianta 

Il fumo di una sigaretta. Un berretto da marinaio. E la salsedine dell’Adriatico, il profilo delle isole albanesi dell’infanzia. Un’attitudine scontrosa, quasi aspra, come la scogliera di Roca vecchia. La scrittura, punto fermo di una vita intensa, anni passati in barca tra una sponda e l’altra.

L’infanzia sulle rive dell’Adriatico

Caterina Durante, detta Rina, è nata a Melendugno il 29 ottobre del 1928, ma è l’isola albanese di Saseno, dove lavora il padre, sottufficiale della Marina Italiana, che la vede muovere i primi passi e vivere un’infanzia felice, tra la brezza che dondola le ginestre e le scogliere selvatiche, i libri che le passerà la madre e l’amore per la scrittura che germoglia piano. Saseno resta per sempre il suo paese, il rifugio dove trovare la quiete, la sua oasi nascosta a qualche ora di navigazione, il secondo polo intorno al quale oscillò la sua vita.

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Ritratto realizzato da Caterina Gerardi

Nata nel cuore della Grecìa Salentina, Rina comincia presto a inoltrarsi nel sottobosco della tradizione popolare, nell’universo corale dei canti contadini e bracciantili, ma soprattutto ne riconosce subito la forte vocazione sociale. Dagli stornelli accompagnati dal ritmo del tamburo, tira fuori la lunga storia di sfruttamento sociale, di esclusione, di miseria, di fame, di padronato. Una storia che diventa materiale da svendere al turismo nascente, una storia che muore insegnata nei libri di testo dal barone universitario di turno. Riconsegnare dignità alle classi non egemoni, ma soprattutto fare in modo che la storia del Salento contadino torni ad essere patrimonio collettivo, sono le intenzioni che spingono Rina Durante a riprendere in mano gli studi antropologici di Ernesto De Martino, a intraprendere un lungo viaggio nella terra del rimorso, che segnerà indelebilmente la cultura locale. È da questa voglia crescente di verità e riscoperta che nasce nel 1975 il Canzoniere Grecanico Salentino, tra i primi e più importanti gruppi di musica popolare salentina, che fa della “quistione meridionale” un soggetto politico, come nella canzone scritta da Rina Durante, vessillo della sua battaglia contro “l’uso acritico del folklore”.

Lontani dal mare

Risponde a questa necessità, di spogliare di ogni retorica una terra già di per sé intrisa di storia e poesia, La Malapianta, il romanzo edito da Rizzoli nel 1964, che vale a Rina Durante il Premio Salento l’anno successivo. La famiglia Ardito, i villaggi aridi dell’entroterra salentino, dove il mare sembra un orizzonte lontano, un privilegio per pochi, la lotta infame e meschina per un po’ di campagna da coltivare, le fatiche della terra e la schiavitù della vita da contadino, questo fa della Malapianta un romanzo realista che si rifiuta di scivolare nel pauperismo, nel Salento da cartolina a tutti i costi, un libro che, come scrisse Roberto Guido, direttore di quiSalento, va “alle radici di una terra che è proprio la nostra, e anche se di quel mondo viviamo solo gli echi è qui che si ritrova il senso di quello che siamo. O cerchiamo di essere”.

A lungo introvabile, La Malapianta era una perla rara degli antiquari, custodito gelosamente in alcune fortunate librerie personali. La sottoscritta ne trovò una copia negletta nella piccola biblioteca comunale di Matino. Finché nel 2014, a dieci anni dalla scomparsa di Rina Durante, avvenuta il 26 dicembre 2004, e a cinquant’anni dalla sua prima pubblicazione, la casa editrice Zane decise di ristamparlo, un ritorno atteso e sospirato, celebrato con un commosso scritto di Massimo Melillo, giornalista e suo caro amico, incluso nel volume. S’intitola invece Gli amorosi sensi, il secondo libro di Rina, edito da Manni nel 1996, una collezione di racconti dove ad andare in scena è la dimensione periferica del paesaggio salentino, vissuta al tempo stesso come privilegio e svantaggio, la scomparsa di una cultura vitalissima, seppur marginale, l’amicizia con Vittorio Pagano, racconti della piena maturità, che prendono una piega analitica senza abbandonare la forte capacità immaginifica della scrittura di Rina.

Rina giornalista

La poesia è stata per me un tirocinio“, diceva Rina, a proposito del suo primo volume di versi, Il tempo non trascorre invano, un esperimento che le ha permesso di realizzare poi la sua vera vocazione, quella della narrativa, che ha esercitato nella saggistica, nella critica d’arte, nell’insegnamento, nella letteratura, nei suoi interventi e contributi nelle tante testate locali, dal Corriere del Mezzogiorno alla Gazzetta fino al Quotidiano, ma soprattutto nella sua capacità oratoria, nelle sue descrizioni, confidenze, racconti, che incantavano gli alunni, gli amici più intimi, i colleghi.

Protagonista di una stagione memorabile della cultura salentina e pugliese, di un fermento forse irripetibile, amica di letterati e intellettuali dell’epoca, locali e non, da Andrea Zanzotto a Gino Santoro, Rina Durante, dietro la sua Lettera 22, adoperava il racconto per narrare la terra che si dispiegava davanti alla sua finestra. Non solo letteratura, i suoi interessi spaziavano dal teatro, con Tutto il teatro a Malandrino, alla cucina, al cinema, la televisione, l’enogastronomia, l’arte antica, fino alla navigazione e all’amore per il mare, che la accompagnò per tutta la vita.

“So che il mio mestiere è quello di narrare”, amava ripetere. Come precisa Alessandro Leogrande, Rina Durante è stata una “narratrice dei margini”, non solo per la casualità fortuita di essere nata in una terra di confine, legata a vita al Canale d’Otranto, ma per una ferma volontà di collocarsi al limite tra due culture, due epoche, due rive, e guardare, quasi dall’esterno, quasi dall’alto, una geografia strampalata muoversi e cambiare, e prendersi la briga di raccontarla, senza trucchetti da quattro soldi, solo così com’è.

Se mi siedo sul ciglio
di questa voragine
scavata nei sassi,
se m’affaccio a guardare
nel piccolo specchio d’acqua
del fondo,
e mi metto ad ascoltare
il tonfo del mare,
e sento tra le dita
la grana antica di questa terra,
comprendo che siamo rimasti noi soli
e i pallidi voli
di qualche gabbiano.
Antica “Poesia”,
poesia dimenticata,
la tua voce rimane inascoltata
come la mia.
Mi calo nel tuo fondo
e canto,
tanto
non ci ascolta nessuno,
perché diciamo le stesse cose,
perché abbiamo la stessa voce
antica e triste del passato.

(da Il tempo non trascorre invano, 1951)

Immagine di copertina: © Witchoria

Qui, l’antologia completa dei poeti e degli autori salentini. 

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