Presso mezzogiorno
mi sono scavata la fossa
nel mio bosco di querce,
ci ho messo una croce
e ci ho scritto sopra
oltre al mio nome
una buone dose di vita vissuta.
Poi sono uscito per strada
a guardare la gente
con occhi diversi.

Si faceva chiamare Totò Franz, s’arrampicava sovente sugli alberi, nella sua campagna preferita, località Ciàncole, appena fuori Maglie, dove un albero porta ancora oggi una targhetta, per ricordare i voli pindarici di Salvatore Toma, poeta appartato, classe 1951, amico di nibbi e civette, cantore di balene e capodogli, corteggiato dalla morte, presenza fissa in ogni sua poesia, fino a cederle, all’età di soli 35 anni.

È stata Maria Corti, grazie al suo tocco lieve, al suo intuito da donna di lettere, a riconoscere il valore altissimo dei versi di Toma e a curarne una prima antologia, Canzoniere della Morte, edita da Einaudi nel 1999, divisa in tre sezioni, riprendendo la suddivisione già proposta da Donato Valli: la vita e la morte, l’uomo e la bestia, il sogno e la realtà.

Un giorno di questi
farò di tutto,
tutto farò filare liscio,
i pensieri e gli occhi
anche le nuvole raddrizzerò.
La mia ascia
sarà inesorabile.

Un giorno di questi
comanderò,
come un Dio
tutto vorrò
a me comparato.
Capre galline
voleranno sulle teste
umane come rettili nei fiumi
e fra le aride rocce
un giorno di questi comincerò.

Sui banchi del liceo

salvatore-tomaAllievo del liceo classico di Maglie, cittadina perbene, Salvatore Toma abbandonò presto gli studi per dedicarsi a un apprendimento selvatico, autodidatta, fatto di osservazioni del volo degli uccelli, delle direttive del vento, pomeriggi interi trascorsi nelle campagne dei suoi genitori, una famiglia di fioristi di antica tradizione. “Se si potesse imbottigliare l’odore dei nidi, se si potesse imbottigliare l’aria tenue e rapida di primavera se si potesse imbottigliare l’odore selvaggio delle piume di una cincia catturata e la sua contentezza, una volta liberata”, scriveva Toma, ignaro adepto di un inedito naturalismo fiabesco, dove per i campi scorrazzano bisonti e maiali, i palazzi e le auto e le ferrovie scompaiono e “arriverà la vita”, tornerà a ruggire il leone.

Poeta in esilio, Toma si ritirò dal mondo moderno, rifugiandosi nel querceto di famiglia, dove allevava cani di razza inglese, seguendo il ritmo delle stagioni e rifugiandosi tra i libri dei suoi poeti preferiti e il silenzio screziato dai rumori della natura. Qui, tra i fiori di campo e il volo di una civetta, sboccia la sua poesia, che esplora il misticismo della vita animale, la dimensione onirica della vita e l’ombra costante della morte e del suicidio.

Lontano dalle sperimentazioni ardite, di successo nella capitale, intrappolato nella sua provincia, Toma cesellava poesie dolenti, dal ritmo furioso, tra i versi esistenziali più sanguinanti del decennio a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta, mettendo insieme nella sua breve vita sei raccolte di poesie, pubblicate a fatica da piccoli editori: Poesie, Ad esempio una vacanza, Poesie scelteUn anno in sospeso, Ancora un anno e Forse ci siamo.

Le emigrazioni degli uccelli
non rappresentano a volte
che la fuga
delle nostre depressioni
così come il letargo
della volpe del castoro
dello scoiattolo
dal mantello di plaid
ma se i primi
hanno la gioia delle ali
e gli altri
il conforto della clandestinità
a noi non resta
che l’archivio dei nostri sogni
il nostro concorrerci
adularci con violenza
in una gabbia made in CITTÀ.

Spremiti Toma!

Riscoperto dopo la sua morte grazie a Maria Corti, Salvatore Toma non riuscì ad allacciare rapporti importanti con l’editoria nazionale. Come scrive Maurizio Nocera, “la silloge Ancora un anno fu per Toma uno dei suoi libri dal percorso più difficile. Non si trovava modo di farlo pubblicare. Venne rifiutato praticamente da tutti gli editori ai quali Totò lo inviò. Per di più ci fu qualcuno, come ad esempio Maurizio Cucchi, all’epoca responsabile della collana poetica della Mondatori che non solo lo osteggiò ma trovò modo di rispondere al poeta in modo alquanto sgarbato”.

 

Spremiti Toma
spremiti come
un limone
o spezzati come
si spezza un ramo
d’alloro per
respirare dal vivo, dal profondo.

Inneggiava al suicidio come esaltazione della vita stessa, aveva l’incubo della sua esistenza, fatta di “sogni paurosi” e “sconcertanti conoscenze” ed era terrorizzato all’idea di poter “sfiorare l’eternità”, di trascinarsi a lungo nella quotidianità. Eppure, lo sostengono i suoi amici più stretti, Salvatore Toma non si è ucciso, si è semplicemente lasciato andare, trascinato dalla corrente dell’alcool, di cui abusava sin da giovanissimo, morto al pronto soccorso in un ultimo disperato respiro.

Oggi, Salvatore Toma, insieme ad Antonio Verri e Claudia Ruggeri, è ricordato tra i poeti appartati, una sorta di Scapigliatura salentina, un trio di maudit, che ha animato una indimenticabile stagione d’avanguardia nella provincia di Lecce. Il regista Elio Scarciglia ha dedicato a Salvatore Toma il documentario Il bosco delle parole.

Per ritrovarne le parole, invece, la sua Ultima lettera di un suicida modello, basta seguirne le tracce tra le campagne di Maglie, chiedere alle querce, alle civette, sedersi all’ombra di un albero e, semplicemente, tendere l’orecchio.

È un innato modo di fare
questo mio non accettare
di esistere.
Non state a riesumarmi dunque
con la forza delle vostre certezze
o piuttosto a giustificarvi
che chi s’ammazza è un vigliacco:
a creare progettare ed approvare
la propria morte ci vuole coraggio!
Ci vuole il tempo
che a voi fa paura.
Farsi fuori è un modo di vivere
finalmente a modo proprio
a modo vero.

Immagine di copertina: © Witchoria

Qui, l’antologia completa dei poeti e degli autori salentini. 

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