Ero nato sui mari del tonno
dove lo Ionio mostra la sua dolcezza
e all’inverno il suo terribile moto.
E allora che il viso dei pescatori
ha la forma del vento
e fra mare e terra vi è un unico spazio.

I versi di latino e le teorie giacobine, origliate dietro la porta dello studio del padre Tommaso, il vento di tramontana che bussa alla finestra, la tentazione della poesia che si accompagna a un profondo impegno civile e politico. Vittore Fiore nasce nel 1920 a Gallipoli, sui mari del tonno, tra le case bianche di calce e i bastioni, figlio di una città della cui salsedine resterà per sempre impregnato. Malinconico e sognatore come Vittorio Pagano, impegnato e visionario come il suo compagno di versi Bodini, giornalista, scrittore, saggista e poeta, Fiore attraversa il Novecento della letteratura, salentina e italiana, tracciando inediti ritratti di un Sud in bilico tra boom economico e mal di vivere, approdi idruntini e terra arsa di scirocco.

Gallipolino per natura e vocazione, anzi per eredità materna, lascia la città bella a 15 anni per riscoprire l’arida murgia paterna, la città di Altamura, esplorare il Meridione di cui diventerà un paladino, tra i più combattivi e audaci, facendosi carico dell’eterna questione del Mezzogiorno, a soli 19 anni, mutandosi in uomo di lotta, meridionalista convinto e arrabbiato, ma anche lucido e tenace. Antifascista sin dai primi scalpiti della coscienza, grazie all’insegnamento del padre, fu arrestato e rinchiuso in carcere fino al 28 luglio del 1943, quando durante un moto di piazza fu liberato e riconobbe, tra le vittime della polizia, il corpo del fratello Graziano.
A poco più di vent’anni, nel 1944, fonda Il Nuovo Risorgimento, rivista di critica e azione politica, particolarmente aspra contro i costumi trasformisti dell’epoca, “questo periodico a cui va tutta la nostra simpatia per la sua sobria e leale coerenza sulla realtà del Mezzogiorno”, scriveva Elio Vittorini, “bisognerebbe che questa pubblicazione, che oltre tutto è chiara e facile come linguaggio e presentazione tipografica, fosse diffusa nel Centro e specialmente nel Nord dell’Italia. Sembra infatti che a Milano e Torino […] difficilmente si sia riusciti ad evitare, parlando del Sud e del rinnovamento delle regioni meridionali, di farlo attraverso i pezzi più o meno di colore dei corrispondenti e, negli ultimi mesi, le corrispondenze scandalistiche degli inviati specie sui moti separatisti o sui disordini delle Puglie”.

Dove ogni rupe è sola,
dove ogni albero è duro silenzio,
ogni uomo fuga sulle labbra,
uniamoci, amici, è Leuca,
in un deserto d’erica, quell’aria.

Una coerenza che Fiore dimostrò anche nel dirigere l’ufficio stampa della Fiera del Levante ma soprattutto nella scrittura di Civiltà degli scambi, i quaderni dove con penna ardita descrive e analizza questioni come il Meridione e l’energia nucleare, l’eterno sfruttamento delle campagne salentine, le relazioni tra Puglia e Lombardia. Fu instancabile giornalista, cronista volenteroso ma relegato alle pagine locali, a smilze rubriche nei giornali di provincia, che non ne riconobbero mai il valore né lo pagarono mai a sufficienza. Gli stessi sindacati e istituzioni ai quali tentò di rivolgersi esponendo il trauma dell’eterno dualismo tra Nord e Sud non lo ascoltarono, ignorandone deliberatamente le argomentazioni.

Vittorio Pagano, Vincenzo Ciardo, Vittorio Bodini e Vittore Fiore

Voce sempre presente, mano sempre alzata, Vittore Fiore si impegna da un capo all’altro della Puglia nell’organizzazione di conferenze, dibattiti, incontri, perché la coscienza non si assopisca, perché gli animi non si spengano. Ogni occasione era valida per ripetere ai suoi conterranei di non lasciarsi andare al pietismo, di rimboccarsi le maniche e darsi da fare. Risale al 1965 la sua partecipazione nel Gruppo dei Meridionalisti Pugliesi, mentre qualche anno dopo si ritrova alla direzione di Delta, organo di stampa della Cassa di Risparmio della Puglia, un punto di osservazione privilegiato da cui analizza il mutamento dei rapporti di potere, l’avanzata o il declino delle classi sociali nel Sud, riflessioni che si riverberano nei suoi scritti Dal cemento al cervello, che insistono ancora sulla necessità di ripensare in termini contemporanei la sempiterna questione meridionale.

Vittore Fiore continuò testardamente a scrivere e a coltivare, accanto alla cronaca, la sua anima poetica, quella malinconia intrinseca d’ogni autore del Sud, che si porta inspiegabilmente dietro una nostalgia di tempi aurei mai conosciuti, il tedio generato da una lentezza circadiana, una controra dell’anima a cui, forse, si può trovare rimedio in quella strana forma di scrittura che è la poesia. Un’ispirazione che per Fiore ha le stesse radici dell’impegno politico: “la voce esala senza impedimenti, in un fluire senza sosta, con un senso metrico di cantafavola, che non distingue tra natura ed uomo, tra antico e nuovo, e tutto serra in un abbraccio di promessa e speranza”, ne scriverà Oreste Macrì.

E trovo lieti sogni e infinita
la pena che quieta passa
nel mio sangue,
sarà forse questo tedio il lievito del futuro.
Tu non credere all’uggia come un male
ma il vuoto che nutre goccia a goccia
la speranza, le cose che ci prendono, tristezza
di esili non tentati, di mute antiche pietre
perché dalla noia abbiamo imparato a salvarci con la noia,
dal vuoto con il vuoto,
è vano negarlo.

Dopo una prima silloge, Paesaggi, pubblicata in età giovanile e ormai introvabile, Fiore approda alla poesia con Ero nato sui mari del tonno nel 1953, un acquerello del Salento, del rosario di chiese gallipoline, tra il Mal Ladrone e l’Addolorata dalle spade d’argento nel petto, e poi ancora gli obelischi di Lecce e le albe di Otranto. Passano vent’anni e Fiore torna alla poesia con il poemetto Il male è dentro di noi, edito nel 1973, una sorta di viaggio critico nella Puglia di ieri e di oggi, il racconto di ciò che è stato e di ciò che è, ma soprattutto l’analisi delle cause dei malumori di una terra immobile e marginale. Come scrive Aldo D’Antico, “un legame con la Puglia che è insieme duro e dolce, amaro e sofferto, ma mai di rinuncia o di pavida contemplazione”.

La poesia come arma contro l’appiattirsi cronico di un territorio piano, contro l’assopirsi del Meridione, i versi come luogo prediletto per l’impegno civile, per una coralità manifesta, dove attestare la propria partecipazione alle pene altrui. Le parole sfuggono alle etichette di neorealismo, o di ermetismo, per significare esclusivamente un grido dell’anima, una presa di coscienza, uno strumento per lottare e resistere da parte di un poeta che tentò fino all’ultimo di smuovere il torpore, lo stantio dei circoletti intellettuali della sua Puglia, “amara palude del sangue, malinconica terra che mi uccide”. Come scrive Michele Dell’Aquila, “nello scoramento che prende, non resta se non la poesia, la sua forza utopica, il suo rasoio mortale”.

E qui, se mai verrai, l’estate
quietamente si sfanno gli obelischi
e cattedrali come sortilegi
consumano in esilii avventurosi.
Prossimi alle scogliere noi
parleremo del Sud, dell’Europa,
dell’uggia e del campo di tabacco
che avanza in bilico tra noi e il mondo.

Qui, l’antologia completa dei poeti e degli autori salentini. 

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