Cade a pezzi a quest’ora sulle terre del Sud
un tramonto da bestia macellata.
L’aria è piena di sangue,
e gli ulivi, e le foglie del tabacco,
e ancora non s’accende un lume.

Un bisbigliare fitto, di mille voci,
s’ode lontano dai vicini cortili:
tutto il paese vuole far sapere
che vive ancora
nell’ombra in cui rientra decapitato
un carrettiere dalle cave. Il buio,
com’è lungo nel Sud! Tardi s’accendono
le luci delle case e dei fanali.

Le bambine negli orti
ad ogni grido aggiungono una foglia
alla luna e al basilico.

Era andato in Spagna, e non era più tornato. Ancorato sulle rive del nulla, a inseguire il fantasma di se stesso, il suo io che aveva vissuto e amato in terra straniera, e ora si ritrovava costretto ad amare il suo Sud, a sperare che la vita potesse dargli tutte insieme le cose che credeva di meritare. Vittorio Bodini, nato il 6 gennaio del 1914 e scomparso nel 1970, è il poeta barocco per eccellenza, cantore della sua Lecce, degli angeli di tufo a guardia delle sue chiese, dei tramonti insanguinati negli uliveti.

E poi c’è Bodini ispanista, traduttore, la penna che ha fatto rinascere in italiano le voci di Cervantes, Neruda, Garcia Lorca. Bodini, il poeta ermetico, affascinato dal futurismo, tanto da fondare una sua scuola poetica a soli 18 anni, attraversando tutte le correnti letterarie del Novecento, facendo di se stesso un aeropoeta futurista. Infine, Bodini giornalista, reporter, cronista degli anni spagnoli e dell’infinita epopea dell’Arneo, ai tempi, mai cessati, in cui ai braccianti si faceva scegliere tra l’omertà e l’umiliazione.

Anima irrequieta, irrimediabilmente salentina nonostante i suoi anni spagnoli, Bodini s’avvicina con curiosità a ogni registro stilistico, a ogni forma di scrittura, mescolandovi sempre una vena poetica, la sua voce sensibile alle metafore, che conferisce ai reportage, agli articoli e alle cronache un andamento lirico, un ritmo inedito, che si muove ai confini della prosa.

Lo stagno senza viole
dove morì Pilar,
Pilar dalle ascelle implumi
che esigeva l’amore come un credito,
non lo voglio vedere.

Andiamo a Fuencarral.
Andiamo a Plaza Santa Ana.

Gamberi e Manzanilla,
olive verdi e alici.

S’accendano tutte le luci
e gli occhi delle madrilene.

“Io sono quasi spagnolo: sono un italiano del Sud”

Con una laurea in Filosofia in tasca, ottenuta presso l’ateneo fiorentino nel 1940, Bodini parte per la Spagna nel 1946, e ci resterà per 4 anni, lavorando come lettore d’italiano e poi come antiquario. In terra spagnola, si accorge di come i colori del cielo si assomiglino in tutti i sud del mondo, di come l’inerzia della controra e dei pomeriggi assolati l’avessero raggiunto anche a Madrid, del fervore religioso delle processioni, feroce e mistico, nel Salento e in Andalusia. “Io sono quasi spagnolo: sono un italiano del Sud”, scriveva, “e questa dovrebbe essere la vera capitale del mio paese. Vi è in noi la medesima combinazione di follia e di realismo, le stesse inerzie febbrili, lo stesso bianco della calce contro il cielo”. Inizia a leggere i surrealisti spagnoli, a Góngora, fa della letteratura spagnola la sua patria, il suo rifugio, un conforto che porterà con sé.

Racconterà la sua Spagna nelle prose di Corriere spagnolo e in molte delle sue poesie. Sfiora, inoltre, il sogno di mescolare le sue influenze letterarie, comunicare la sua convinzione secondo la quale il Sud può essere vissuto come alterità e non come esclusione totale dalla grande tradizione euro-mediterranea della scrittura. Incontra Leonardo Sciascia e insieme i due concepiscono il progetto di una collana che avrebbe dovuto mappare l’intera attività letteraria dell’area mediterranea, far emergere la sua anima arabo-ispanica, ma soprattutto evidenziare la possibilità di una connessione tra centro e periferie. Un progetto che purtroppo si realizzerà molti anni dopo, senza la partecipazione di Bodini.

Biancamente dorato
è il cielo dove
sui cornicioni corrono
angeli dalle dolci mammelle,
guerrieri saraceni e asini dotti
con le ricche gorgiere.

Un frenetico gioco
dell’anima che ha paura
del tempo,
moltiplica figure,
si difende
da un cielo troppo chiaro.

Un’aria d’oro
mite e senza fretta
s’intrattiene in quel regno
d’ingranaggi inservibili fra cui
il seme della noia
schiude i suoi fiori arcignamente arguti
e come per scommessa
un carnevale di pietra
simula in mille guise l’infinito.

Lecce, trappola barocca

“Basta fermarcisi a vivere pochi giorni perché a poco a poco si faccia strada in noi un sospetto stranissimo, che essa non sia un luogo della geografia ma una condizione dell’anima, a cui s’arrivi solo casualmente, scivolando per una botola ignorata della coscienza.” Così scriveva di Lecce, la sua città, modellata sulla pietra leccese, con ghirlande d’angeli e muli privilegiati, che fanno da cariatidi ai rosoni, ai merletti barocchi, a quel ricamo seicentesco scolpito meticolosamente.

Un Sud mitico ma asfissiante, ancestrale ma inevitabilmente claustrofobico, eterno ma sconsolatamente pigro. Questo era il Sud di Bodini, il suo paese “così sgradito da doverti amare”, dove i pomeriggi scivolano come grani di un rosario, ci si sente senza utilità, come i numeri sulla faccia d’un dado, e senza accorgersene si diventa lenti come la ruota di un carro, oziosi come la mezzaluna di maggio o le parole perdute davanti a una tazza di caffè, immobili come le siepi di fichi d’India, agri come la terra amara dove cresce il tabacco.

Qui, l’antologia completa dei poeti e degli autori salentini. 

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