Ho sognato di treni sempre in fuga, /con un viso di diavolo: momenti/sudati, insudiciati, quando gli occhi pensano/…ed una pozza si prosciuga nella sabbia incapace di eventi, nell’incavo lasciato dai ginocchi/troppo a lungo preganti…

Un basco calcato sulla testa, la sigaretta sempre tra le labbra, la smorfia ambigua di un pagliaccio triste, l’umorismo macabro, nero, che nascondeva forse il rammarico di non essere altrove, di rigirarsi sempre su stesso e di ritrovarsi sempre nei paraggi, a guardare il medesimo orizzonte, i profili dei santi barocchi, l’oro della pietra leccese, che ormai conosceva a memoria. Vittorio Pagano, poeta, autore, giornalista, traduttore, nasce il 28 settembre del 1919 a Lecce, una città da cui sarà costantemente in fuga. “Occhi di gatto aveva, Vittorio Pagano”, scrive Antonio Errico, “pupille incandescenti che perforavano il buiore, penetravano nel tempo e nella terra per trovare le parole con cui dire il loro mistero. Occhi che si restringevano per impossessarsi dei particolari, per trattenere riflessi trasparenze rifrazioni, come per predisporsi ad una caccia, ad un agguato, o che si dilatavano per superare ogni barriera, per proiettarsi nella lontananza”.

Li chiamavano “i due Vittorio gitani”, lui e Vittorio Bodini, entrambi impazienti di raggiungere l’altrove, entrambi inevitabilmente intrappolati nella luce barocca di Lecce. Bodini raggiunse la sua Spagna, Pagano non riuscì mai a vivere la sua Parigi. “Non abbiamo che finestre a cui affacciarci da tormentose altezze, senza porte da schiudere al mondo“, scriveva, metaforicamente rinchiuso nella sua provincia. E della provincia, secondo i suoi amici più cari, Pagano aveva anche la predilezione per la stranezza, il volersi distinguere, a tutti i costi, stupire, meravigliare, quasi un antidoto alla monotonia del decentramento geografico leccese.

Grande fu la sua sorpresa quando scrisse a Eugenio Montale, per richiedergli una copia della sua raccolta Finisterrae, introvabile in tutto il Mezzogiorno, e il poeta di Ossi di Seppia gli rispose, manifestandogli tutta la sua ammirazione. Montale conosceva Pagano, un poeta ignoto ancora a molti suoi concittadini e contemporanei, uno scapigliato, come Salvatore Toma, un visionario, come Girolamo Comi, divorato dalla passione per la vita, come Rina Durante, sua preziosa compagna d’avventure.

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Da sinistra, Vittorio Pagano, Vincenzo Ciardo, Vittorio Bodini, Vittore Fiore.

Oreste Macrì lo inserisce in quella che chiama “diaspora salentina“, ma quella di Pagano era una fuga immobile, un sogno del ritorno, preceduto da partenza alcuna. Pagano aveva cercato l’altrove nella letteratura. Allergico alla vita accademica, abbandonò gli studi presso l’Università di Bari e di Roma e studiò da autodidatta, rifugiandosi nell’amore scapestrato per la vita letteraria, che coltivò a modo suo. S’era innamorato dei poeti maudit francesi, Rimbaud, Baudelaire, Verlaine, Mallarmé, Villon, Corbière, ed era solito languire tra sonetti, odi, distici, terzine e ditirambi alla ricerca del ritmo, del timbro giusto, della poesia perfetta. Nella lingua francese, di cui fu abile traduttore, aveva trovato il suo altrove linguistico. Nella Francia, la sua “ragione di sentirsi europeo, vertice del mio amore del mondo”. Nel sogno di Parigi, l’antitesi alla sua Lecce, di cui conosceva ormai tutte le meschinità, al punto da ridicolizzarne anche la festa patronale.

La mia città una notte s’è spaccata
e distrutto ne fu da allora il cuore.

Io stupii che non tutta la mia gente
corresse almeno un attimo
per vedersi mostrare
da me la cattedrale
barocca, unica pietra. E forse è favola
questa cui condiscende ormai la voce,
ma davvero hanno un sangue ed una carne
gli angeli buffi e le cariatidi aspre
della facciata storica e un curioso
scheletro in movimento,
che poi divenne inutile conoscere
e riportare alla memoria. A un tratto,
lo spazio immaginato
sui tetti fu deserto,
e avrei creduto di toccare, simile
a opachi fumi, il sonno degli assenti.

Nelle sue liriche, ritorna l’ansia della fuga, una partenza sempre differita, l’incapacità di restare e allo stesso tempo di partire, il crogiolarsi in un isolamento provinciale come ci si trastulla alla controra, nelle stanze dai soffitti alti, riparati dietro gli scuri. “Siamo provinciali, l’umanità della trincea, gli incomunicabili, i disamorati”, scriveva, “…stancamente pensosi d’una scala di seta che consenta l’ascesa di rinnegare presenze, col senso di mirabolanti avventure”. Una poesia in cui baluginano come fulmini squarci di un sole meridiano, una luce che “splende e che non esiste”, un Sud come male di vivere, simile alle poesie immaginifiche di Bodini, ma più tragiche, più radicali, una intensità di vivere, liquidata troppo spesso dalla critica contemporanea come ermetismo.

vittorio-paganoDeluso dal miracolo economico del dopoguerra, che aveva avuto conseguenze disastrose al Sud, dal riformismo senza riforme dell’Italia tutta, intriso di quel disincanto che lo aveva fatto fuggire dall’università, Pagano volle tenere per sé le sue poesie, lasciò le sue liriche in un cassetto, dove, probabilmente, sono ancora oggi, e si dedicò alla rieducazione dei minorenni in difficoltà, alla lettura, alla traduzione, ma non seppe rinunciare alla scrittura, che diventò una pratica individuale, quasi segreta.

Non avrete di me che la domanda
più subdola della morte,
il mio verso che gioca con la morte
la mia tresca di morte per mistero,
ed è certa una gloria dell’opaca
lapide in cui diventerò scrittura
cabala di me stesso.

La poesia, “un atto di definizione, di costituzione in numeri fissi, di rivalsa dimensionale e canora contro il rovinio operatosi dalla dimensioni umane”. Era questo il suo unico viaggio. Non riuscì mai a lasciare la sua città natale, dove, per distrarsi o per un’irreprimibile inquietudine, partecipò a tutte le iniziative culturali, tra cui le riviste Vedetta MediterraneaLibera VoceL’Albero, organo dell’Accademia Salentina di Comi. Inoltre, fu caporedattore de Il Critone, mensile dell’Associazione di Diritto Penale, dirigendone, senza percepire stipendio, i 18 quaderni che furono poi premiati a Firenze. Intanto scrive le sue poesie, raccolte in testi come Calligrafia astronauticaZoogrammi

Vittorio Pagano muore nel 1979. Di lui oggi ci resta ben poco. È forse tra gli autori salentini il meno conosciuto, il grande assente dalle antologie e dalle raccolte di poesie, nemmeno su Wikipedia se ne ritrovano tracce. Di Pagano rimane l’eco notturna delle sue liriche, quella dicotomia inevitabile che segna la provincia di Lecce, punto d’arrivo e di partenza, casa e prigione, rifugio e altrove. Restano i tanti versi ancora inediti, la sua traduzione della Chanson de Roland, dei versi di Apollinaire, Rimbaud, MallarméCi resta la città nascosta che aveva raccontato nelle sue inchieste misconosciute, raccolte in Reportages in città e altre prose, poesie mancate dove aveva intrappolato una Lecce sfigurata dal secondo conflitto mondiale, lo strazio delle case popolari e degli ospedali psichiatrici.

Ci resta, infine, la fiducia nella poesia come irrimediabile, come “atto definitivo”, come unico viatico verso l’abisso della sua personalità, una discesa in un pozzo, ben più profondo di lui. Il suo smarrimento urbano, il suo perdersi errante tra le giravolte di Lecce, per uscirne carichi di parole e di visioni.

E già mi vedo appeso ad una forca /sgangherato – ma fermo, irrigidito, senza un impeto d’aria che mi muova: /solo mi resta la pupilla sporca /di me, del mio cadavere, l’ordito /sanguigno di una legge, d’una prova /compiuta, antica, svalutata e nuova, /nel palio estremo dove l’infinito /regna come una mano che ci torca… /E non sarò poeta che in quest’atto definitivo…

Per saperne di più, lo splendido intervento di Augusto Benemeglio su Cultura Salentina.

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