Presso cassette vuote
d’elemosina
sanguina Cristo in piaghe
rosso borbonico;
esala un’agonia
dura dai banchi
e dai fiori di campo.
In piazza, accoccolati
sulle ginocchia del Municipio,
stanno i disoccupati
a prendere l’oro del sole.


Trotta magro e sicuro
un gatto nel Sud nero.

Vittorio Bodini

Perché tra tanti cani che latrano, buoi che muggiscono, polli che chiocciano, persino pesci che emettono strani rumori, in queste pagine non si sente mai, a nostra scienza, un gatto che miagola?“, così s’interrogava Umberto Eco circa l’assenza dei felini nelle pagine dei bestiari dell’Alto Medioevo.

Sono rarissimi, infatti, i riferimenti letterari al gatto e non si ode miagolare nemmeno nelle agiografie dei primi santi. Bisogna aspettare la fine del 1100 per poter finalmente adocchiare qualche gatto tra mantelli e sabbath, topi impauriti e incorreggibili eretici. Eccezion fatta per l’iconografia egiziana, dove il gatto ricopre un posto d’onore, in Europa il felino domestico per eccellenza compare molto tardi rispetto ai suoi consimili.

Il gatto negletto

Figura negletta nei bestiari medievali, sin dalla sua entrata nell’iconografia classica, il gatto, per i salentini lu musciu, subisce la reputazione di animale legato al diavolo e alle sue adepte, le streghe. Grazie a Isidoro di Siviglia, primo a raffigurare un felino nel suo bestiario, la stessa caccia tra gatto e topo sarà utilizzata come allegoria del trionfo del Maligno sull’anima vulnerabile del peccatore. Un exemplum reso ancora più esplicito da un religioso nostrano, Luca da Bitonto, che in uno dei sermoni racconta: “Come il diavolo si prende gioco di alcune anime, come fa il gatto con il topo che, lasciato fuggire più volte, viene poi catturato e ucciso, allo stesso modo si comporta il diavolo quando concede che alcune anime per un certo tempo si allontanino da lui. Ma molte anime si prendono gioco del diavolo, allo stesso modo con cui il gatto cattura un uccello per giocarvi, così come è solito fare con il topo; ma l’uccello non si lascia catturare e fugge. Alla stessa maniera l’anima saggia inganna il diavolo non ritornando a lui“.

Da allora in poi, predicatori e religiosi, ispirandosi ai quadri del tardo Medioevo italiano, associarono il gatto alle donne, al loro lato più vanesio e maligno. Soprattutto i gatti neri sono considerati famigli prediletti dalle fattucchiere, ovvero animale guida e confidente delle loro pratiche occulte. Una fama che ha portato un po’ di sfortuna ai felini dal manto scuro, considerati presenze inquietanti, annuncio di cattive notizie e spesso finiti nelle mani sbagliate o addirittura ammazzati dai più gretti ignoranti. Per riabilitarlo, almeno parzialmente, agli occhi delle alte sfere cristiane, intervenne Luca da Tuy che nel 1200 raffigura il gatto come portavoce e difensore della dottrina e ortodossia della Chiesa contro gli eretici e le loro bestemmie: “A Lodi, un gatto domestico si scagliò contro un eretico che, in punto di morte, rifiutò l’eucarestia e bestemmiò il Sacramento“.

“[…] si mettevano nell’ortaletto della strada, sedute sugli scalini, o salivano addirittura sulla loggia a spaventarsi a vicenda con strane storie, sotto lo sguardo allucinato della luna. La luce della luna illuminava quasi a giorno il paesaggio irreale delle terrazze e i camini, coi gatti che mettevano improvvisi bagliori nell’oscurità”.

Rina Durante, LA MALAPIANTA

Gatti in città

Secondo gli storici, una delle prime raffigurazioni del gatto in Puglia risale alla fondazione di colonie nella Magna Grecia: sono state ritrovate, infatti, monete databili intorno al 500 a.C. in cui sono raffigurati i fondatori delle colonie di Rhegion (Reggio Calabria) e Taras (Taranto) insieme a un gatto, un onore riservato ai felini probabilmente in seguito alla posizione importante occupata nel pantheon egizio.

In barba alla loro attitudine solitaria, non c’è campagna o masseria salentina che non abbia la sua colonia di gatti, felini rustici, abituati alle intemperie e alla vita all’aria aperta e alla convivenza, più o meno pacifica, con i cani della casa, le bestie da soma, i cavalli, le vacche e le pecore. È un termine tipico della civiltà contadina del passato, infatti, cattara, ovvero la gattaiola, la porticina basculante ritagliata in ogni ingresso della casa per consentire ai gatti di uscire ed entrare a piacimento.

Nel Salento oggi, fortunatamente, sono sempre di più le realtà associative che si prendono cura dei gatti, preservandone la natura selvatica e libera. Sono le colonie feline, grandi spazi aperti dove i gatti vivono in comunità e numerosi volontari se ne prendono cura, nutrendoli, curandoli e passandoci i pomeriggi insieme. Un esempio lodevole è l’associazione Randage che, nell’ambito del progetto di rigenerazione urbana del quartiere Leuca a Lecce, ha lanciato il progetto pilota “Gatti in città“, istituendo una colonia felina presso l’ex sanatorio Galateo, con strutture adeguate, rifugi, cibo e cure per i tanti gatti liberi che sono stati accolti.

Nascosto in un mosaico

Sempre a Lecce, sono i gatti a fare da padroni nel quartiere delle Giravolte, nel cuore del centro storico della città barocca, alle spalle del Duomo. Qui, distesi al sole, appollaiati sui tetti, immobili come una sfinge accanto alle aiuole o all’ombra del ficus del Conservatorio Sant’Anna, sorvegliano chi viene e chi va in uno degli isolati più enigmatici della città vecchia.

gatto_otrantoInfine, è un gioiello dell’architettura religiosa salentina ad avere incastonato uno dei pochi felini rintracciabili sul territorio: può sfuggire all’occhio disattento, il curioso gatto con gli stivali che si mimetizza nel mosaico pavimentale dell’Albero della Vita, nella Cattedrale di Otranto. Allegoria della Saggezza, la raffigurazione di Re Artù e del gatto calzato è stata interpretata come un antenato del celebre felino immortalato da Perrault nella fiaba del gatto con gli stivali. Secondo gli storici, invece, il monumentale mosaico è un ultimo scherzo del monaco Pantaleone, proveniente dall’Abbazia di San Nicola di Casole, l’artigiano che tra il 1163 e il 1165 diede vita, con certosina pazienza, all’Albero della Vita. Il mosaico, infatti, non contiene quasi alcun riferimento al Nuovo Testamento. In compenso, Pantaleone si è divertito a giocare con la mitologia, la cabala, le figure leggendarie, lo zodiaco e la natura, facendo del mosaico di Otranto uno dei più misteriosi e complessi in tutta Europa, di cui il gatto, con la sua aura enigmatica, è degno ospite.

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