Secondo il proverbio, la si può scorgere mormorare davanti a grappoli d’uva matura, mentre, fidandosi della scienza meteorologica salentina, quando piove con il sole, sta sse mmarita la urpe, ovvero la volpe sarebbe impegnata in segreti convegni amorosi.

Vulpis vulpis, ordine dei carnivori, famiglia dei canidi, muso allungato, orecchie a punta, manto dorato tendente al bruno e, segno distintivo, la coda, folta d’inverno, durante la stagione degli amori, più sottile d’estate, quando perde il pelo a causa del caldo, la volpe è diffusissima nel Salento, dove trova rifugio nei tronchi cavi d’ulivo, tra le sterpaglie della campagna o tra le fessure delle rocce, spesso condividendo la tana con i tassi, ma non a tutti è dato di vederla e sono in pochi ad averla intravista talvolta di notte o nei campi, mentre monta la guardia sul tetto di qualche masseria o alla ricerca di cibo.

Non è difficile, infatti, imbattersi nella volpe, citata in non pochi toponimi salentini. Un esempio: lu Canale t’urpe, ovvero il Canale della Volpe, a Torre Suda, frazione e marina di Racale, nei pressi del quale, la prima domenica dopo Ferragosto, in occasione dei festeggiamenti in onore della Beata Vergine Maria Stella del Mare, si celebra la tradizionale cuccagna.

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Una volpe avvistata sul tetto di una masseria, nelle campagne di Salve. Foto di Umberto Panico.

Ci è chiu’ fessa, la urpe o ci la secuta?, si sente spesso dire a mo’ di commento sull’ultimo fatto di paese. La volpe, animale simbolo di furbizia, non sempre in buona fede, è chiamata in causa e usata per appellare persone astute e maliziose, mentre si chiama cuta te urpe una pianta graminacea spontanea, comune nelle campagne.

Secondo vecchi ricettari salentini, inoltre, la volpe faceva la sua bella comparsa anche in tavola. La caccia alla volpe, infatti, non era infrequente, sebbene non fosse certo praticata all’inglese, con cani e destrieri: spesso era semplicemente un povero volpacchiotto in appostamento davanti al pollaio della masseria a finire in pentola, pronto per cena. La preparazione della carne di volpe, tuttavia, necessitava tempo e maestria: le carni dovevano essere lasciate a lungo marinare nel vino o nell’aceto, insieme alle erbe mediterranee, come alloro o rosmarino, sale e limone, per scacciare l’inconfondibile odore di crestu, tipico della selvaggina.

La guardia ai pollai ha fatto sì che contadini e fattori diventassero esperti del comportamento dei predatori, in grado di descriverne le abitudini, anche le più stravaganti. La volpe, ad esempio, spinta dalla fame, è solita cercare un campo di terra rossa, rotolarvisi fino a sporcarsi l’intero manto per fingersi insanguinata, e poi giacere a terra, immobile, in attesa che qualche volatile sprovveduto si avvicini, per ingurgitarlo in un solo boccone.

renartAnimale fraudolento, sleale e vizioso, secondo i più antichi bestiari medievali, la volpe incarna, anche nelle Sacre Scritture, il simbolo del peccato della carne, l’ingordigia, la lussuria, la gola, nonché la falsità. Isidoro di Siviglia ne fa derivare il nome dal verbo latino volvere, perché la volpe, incapace, letteralmente e metaforicamente, di camminare lungo la retta via, procede per giri tortuosi. Persino San Francesco, nel Cantico dei Cantici, invoca un aiuto divino: “Prendeteci le piccole volpi, che ci guastano le vigne”, intendendo per vigne gli uomini di fede. Un forte investimento immaginifico ricade su questo animale, da sempre utilizzato a fini moralistici dai più grandi cantori di fiabe di tutti i tempi, da Esopo a La Fontaine, fino al celebre Roman de Renart, manoscritto francese risalente al 1200 dove protagonista è la volpe Renart, che vive a Malpertugio, senza dimenticare Robin Hood.

 

Se avete avvistato una volpe nelle poesie salentine, nell’architettura dei palazzi, negli immaginari di altri artisti, scriveteci a nellatuastanza@gmail.com o lasciateci un commento e aiutateci a far crescere il nostro bestiario.

Intanto, un certosino lavoro di ricerca ha riportato alla luce antiche fiabe popolari di tradizione neogreca, ritrovate spulciando manoscritti d’origine calabrese e grika. Il sito Ciuri ce Pedì, dedicato alla diffusione e alla salvaguardia della cultura grika, ne ha trascritte alcune. Buona lettura!

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