La civetta caccia
nella calma delle notti
ma stasera che la pace
è limitata
dalla grandine e dal temporale
in qualche vecchio rudere
starà con lo stomaco vuoto
il collo ritirato fra le ali
gli occhi dolci
come lampade a petrolio.
Domani sazia
dominerà il silenzio
con le ciglia che battono lente
come l’orologio della torre

Salvatore Toma

In cima alle torri, nascosta tra le fronde d’ulivo, appollaiata sui tetti piatti delle masserie di campagna, in quella landa a Sud del mondo chiamata Salento, la civetta si scorge non di rado in ambienti popolati, per nulla impaurita dalla presenza umana. Tuttavia, sarà per le abitudini notturne o forse per il richiamo simile a un lamento, la cosiddetta cuccuàscia si porta dietro la triste reputazione di uccello di malasorte, portatore di cattive notizie. La civetta è insomma un classico esempio di nobiltà decaduta, dalle grazie di Atena, come ricorda il suo nome scientifico Athena noctua, dalla sua effigie sulle antiche dracme greche a oggetto di scherno e superstizione.

René Guenon, studioso di simboli francese, associa alla civetta la conoscenza razionale e, in qualità di rapace notturno, la percezione della luce riflessa, quella della luna, in opposizione alla conoscenza intuitiva, percezione della luce diretta, quella del sole, il cui simbolo è rappresentato dall’aquila. La civetta è in grado di vedere al buio, individuando di notte la preda. Ha quindi il dono di trovare la verità, di intuire la risoluzione di un problema, di ascoltare il pensiero degli altri.

Nel Salento, la civetta ha ricoperto un posto d’onore, e non solo nei salotti dei tanti appassionati che ne collezionano di ogni forma, materiale e colore. I Messapi praticavano sepolture i cui corredi funerari conservavano piccole sculture di donna con la testa a forma di civetta, come testimoniano numerosi ritrovamenti tra Arnesano e Cavallino. Dal 1300, la civetta si posa sullo stemma araldico di Galatina, sormontata dalle Chiavi del Vicario di Cristo e da una corona. Si narra che siano stati gli stessi galatinesi a scegliere il rapace notturno come simbolo della città, probabilmente un tempo colonia greca sacra alla dea Atena.

Voglio ancora raccontarti di me
della mia disperazione
della mia solitudine
del mio stupido girare in tondo,
di come un amico poeta mi è morto tra le braccia,
e di come ho venduto l’anima ad una civetta cornuta.

Maurizio Nocera

Associata anche alla credulità, la civetta è la protagonista di un curioso aneddoto sui galatinesi: si racconta, infatti, che dopo aver terminato il raccolto, un contadino di Galatina ricevette la visita di una civetta che lo importunò con il suo verso: cucuu cucuu. A dar retta alla leggenda, e sospendendo necessariamente la nostra di incredulità, il contadino credette di aver udito dalla civetta: tuttu meu, tuttu meu, ovvero “tutto mio”. Comincia così una verace discussione tra il rapace e il bipede, per patteggiare un cospicuo compenso in raccolto purché la civetta lo lasciasse in pace. Questa però continuò imperterrita a cantare e il contadino, temendo che la civetta potesse effettivamente portarsi via tutto il raccolto, decise che, se non poteva essere suo, allora non sarebbe stato di nessun altro. Così appiccò fuoco, distruggendo mesi e mesi di duro lavoro nei campi.

Scolpita nella pietra leccese, una civetta è ferma sulla facciata seicentesca di Palazzo Rossi a Lecce, in via de’ Perrone, tra i decori e le mensole della facciata, ricamata dallo scalpellino Giuseppe Cino.  Un’incisione raffigurante una civetta, il profilo di un volto maschile e un colombo è stata invece ritrovata durante i lavori di restauro del Sedile.

A riportarla nell’olimpo fu la penna di Salvatore Toma, poeta appartato, maledetto, solitario, originario di Maglie, nato nel 1951 e morto suicida nel 1987 a soli 35 anni. Totò Franz, come amava farsi chiamare, visse per lo più nell’appezzamento di terra della famiglia, dove allevava cani di razza inglese, e in un querceto, detto “delle Ciàncole”, dove trascorreva pomeriggi interi sugli alberi, a cogliere l’idea della morte, “come sollevare un bambino”. C’è chi sostiene d’averlo visto spesso in compagnia di una civetta, presenza ricorrente nel suo immaginario, amica notturna, bestia fedele.

Se si potesse imbottigliare
l’odore dei nidi,
se si potesse imbottigliare
l’aria tenue e rapida
di primavera
se si potesse imbottigliare
l’odore selvaggio delle piume
di una cincia catturata
e la sua contentezza,
una volta liberata.

Il mare ardesia della notte
scoperto da un faro
desolato sulla scogliera
non spaventa
la nostra civiltà lunare,
la tua vecchia civetta
dal volo impacciato. […]
Non la volevo
senza i suoi occhi gialli
        la volevo integrale selvaggia, regina della notte fino in fondo.

Salvatore Toma

Se avete avvistato una civetta in altre poesie salentine, nell’architettura dei palazzi, negli immaginari di altri artisti, scriveteci a nellatuastanza@gmail.com e aiutateci a far crescere il nostro bestiario.

Qui, intanto, un curioso approfondimento sull’etimologia della civetta in salentino.

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