Venne un giorno che alla svolta del sentiero della Palascìa la strinsi tanto fra le braccia da toglierle il respiro: alzò gli occhi verso di me e per la prima volta mi guardò in modo diverso, come se avesse capito.

Maria Corti, L’ora di tutti

Capo d’Otranto, prima alba d’Italia, imponente scogliera a strapiombo sul mare, estremo margine orientale della penisola, dove la macchia mediterranea diventa roccia, tra le distese di salicornia e lo sbocciare del cappero selvatico, terra di leggende narrata da Maria Corti e, secondo le carte nautiche, punta di spartizione tra Ionio e Adriatico.

Il faro si erge su un promontorio roccioso dal 1869, anno in cui la torre di Punta Palascia, ormai ridotta a un rudere, fu rasa al suolo. Sentinella della costa adriatica salentina, alta circa 40 metri, è uno dei cinque fari del Mar Mediterraneo tutelati dall’Unione Europea, oggi definitivamente in pensione. Ma sono soprattutto i cittadini idruntini a vegliare sull’incolumità di questo imponente soldato di pietra e sulla magica distesa naturale che lo circonda, parte integrante del Parco naturale regionale Costa Otranto – Santa Maria di Leuca e Bosco di Tricase.

Giù le mani da Punta Palascìa!“, questo il nome del comitato che si è battuto per proteggere l’ambiente e la costa otrantina da un progetto di ampliamento della vicina base della Marina Militare italiana, che prevedeva la costruzione di alloggi, due torri di cemento e un parcheggio. Nel 2011, la vittoria delle associazioni ambientaliste ha segnato una pagina importante della storia della comunità salentina e stabilito una volta per tutte lo straordinario valore naturale e culturale del faro, riconosciuto Sito di importanza comunitaria e di recente ristrutturato.

Quelle giornate erano lunghe; giravo per casa, uscivo in cortile, rientravo in casa, uscivo sulla porta verso la strada. Un giorno vi trovai mastro Natale che puliva ricci. “Sono ricci della Palascìa”, disse, offrendomene uno. “Perché della Palascìa? – chiesi – Sono diversi?”. “Non hanno sabbia come quelli della Punta – disse – e la carne è più rossa, li chiamano i ricci dell’arciprete e costano due soldi più degli altri alla dozzina, per la rarità”.


Maria Corti, L’ora di tutti

Porta sull’Oriente, Punta Palascìa è a sole 30 miglia marine, circa 60 km, dall’Albania, in particolare dall’isola di Saseno, approdo prediletto di Rina Durante e, nei giorni di cielo terso, le montagne balcaniche si profilano all’orizzonte, lasciando ai marinai più esperti anche la possibilità di formulare qualche ipotesi sul tempo a venire: “na le muntagne te l’Albania, lu sciroccu sta alla via”, dice un proverbio salentino, ovvero: “ecco le montagne dell’Albania, lo scirocco sta per strada”.

Accessibile attraverso una mulattiera, circondato da una scogliera scoscesa e irregolare, a circa 100 metri dal mare, il faro profuma di verde, di macchia mediterranea, di timo, mirto, dei capperi che crescono spontanei tra le rocce e dell’origano che d’estate rivaleggia con l’odore della salsedine. E nascosta in questi anfratti, brulica una fauna marina e campagnola, dove i molluschi hanno per migliori amiche le lumache di terra. Un ecosistema ormai a riposo, dopo i tanti anni di lavoro della lanterna, che un tempo di notte distribuiva i suoi fasci di luce ogni cinque secondi.



Meta prescelta per le escursioni e il trekking a due passi dal mare, il faro di Punta Palascìa è anche la scenografia ideale per scampagnate della domenica, visite didattiche al vicino Museo Multimediale con percorsi illustrativi sulla fauna e la flora del posto e, poco lontano, Porto Badisco con la sua Grotta dei Cervi (non visitabile per salvaguardare i graffiti rupestri), della quale il faro è una sorta di porta d’accesso. Ma è la notte del 31 dicembre che il faro di Capo d’Otranto si popola di attese e desideri, buoni propositi e speranze, per la tradizionale notte di San Silvestro ai piedi della sentinella di Punta Palascìa, consuetudine tutta salentina, una festa silenziosa, lontana dai fuochi d’artificio, dai terribili “botti”, fatta di passi in punta di piedi, tra trilli di campanule e l’ammiccare dei fiordalisi, lungo vecchie strade carraie, tratturi di campagna e scogli che squarciano improvvisamente la costa.

La tranquillità, lo sguardo che come un’onda, nelle giornate di cielo terso, va a infrangersi sui monti dell’Albania, il silenzio, sono la ricompensa del viandante solitario, che qui s’avventura da solo, sfidando le asperità del terreno e la solitudine della scogliera.

Qui, un interessante approfondimento sul significato etimologico di Palascìa, dal sito della Fondazione Terra d’Otranto.

Qui, l’inizio dell’avventura tra i fari del Salento. 

 

Immagine © Salvatore Coluccia

4 Commenti

  1. Un luogo geografico accompagnato da notizie storiche acquista particolare significato nella memoria dei locali così come dei visitatori. E non fa eccezione questo nostro meraviglioso faro, che di storia, di sicuro, ne avrà vista.
    Complimenti.

    1. Caro Gaspare,
      sì, un luogo è sempre più affascinante se, insieme alla bellezza delle forme e alla suggestione di tutto ciò che c’è intorno, si conosce anche la sua storia, quello che ha visto, sentito, respirato.
      Grazie per il tuo commento e per averci letto.

      Valeria

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