Chi si affaccia dai bastioni di Gallipoli, incantato dal blu notte del cielo che annega nel mare, può avere l’impressione che il faro di Sant’Andrea illumini lo Ionio solo per lui, come un’illusione, nascosta ai più. Ha festeggiato, invece, i suoi 150 anni di onorata carriera marinaresca lo scorso agosto, la lanterna, accesa per la prima volta nel 1866 e da allora a servizio di pescatori e naviganti.

Attraverso gli scuri di Gallipoli vecchia

Alto circa 46 metri, il faro dell’Isola di Sant’Andrea è tra i più alti d’Europa, sebbene la scarsa altitudine dell’isola, che non supera i 3 metri sopra il livello del mare, possa trarre in inganno. Nota sin dai tempi del Regno di Napoli con il nome messapico di Achtotus, ovvero terra arida, l’isola venne intitolata a Sant’Andrea nel 1591, per via di una cappella bizantina dedicata al santo. Rocciosa e ricoperta di sale, l’isola, con la luce del faro che, secondo alcuni gallipolini, è in grado di penetrare tra gli scuri delle case della Città Vecchia, è ormai una parte integrante dell’orizzonte e c’è anche chi la utilizza per indovinare il vento: se la punta del faro è visibile e ben netta, si ringrazia la tramontana, se invece il faro è avvolto da una bruma sottile, ci si rassegna a un ingombrante vento di scirocco.

Ai piedi del faro, un brulicante universo vive indisturbato, senza l’ingombrante presenza umana. I circa cinquanta ettari di terra dell’isola, parte del Parco Naturale Regionale Isola di Sant’Andrea e Litorale di Punta Pizzo, ospitano colonie di conigli selvatici e l’elegante gabbiano corso, che ha scelto l’isola come unico sito di nidificazione in Italia, uno scenario arido e scoglioso, ma rinfrescato dalla presenza di giunchi e dalla salicornia. Lontana circa un miglio dalla terraferma, l’isola ha un ecosistema completamente diverso e unico, che le permette di offrire un riparo a cicogne e aironi durante le migrazioni e popolarsi di gamberi e altri molluschi nei tanti laghetti che s’infiltrano spontaneamente tra le rocce.

Una meravigliosa oasi naturale, riconosciuta quale habitat naturale di importanza comunitaria e individuata come area naturale protetta da una legge regionale della Puglia del 1997, qualificata di particolare interesse storico e artistico dal Ministero per i beni e le attività culturali.

Attorno allu stazzu

Oggi, la presenza umana intorno al faro si riduce a pochi ruderi bellici, allo stazzu, letteralmente stazione, un tempo adoperato come rifugio dai pescatori. Il faro lavora in autonomia, senza più fanalista, come una volta, quando il guardiano e la sua famiglia vivevano da soli sull’isola, tra scorribande di conigli e ruggiti di marosi, con la unica compagnia di una maestra che, ogni giorno, si recava in barca al faro, per impartire quattro ore di lezione, come previsto dalla legge, e dei pastori che portavano a pascolare ai piedi del faro le greggi, per approfittare dell’erba, più salata e gustosa, che si pensava rendesse più saporite le carni del bestiame.

Abbandonato ai flutti e alle mareggiate fino al 2005, il faro è stato ristrutturato ma oggi nessun guardiano lo abita. La lanterna di Gallipoli è automatica e l’isola stessa non è accessibile né disponibile per ormeggi e sbarchi non preventivamente concordati con la Capitaneria di Porto. Avvicinandosi, tuttavia, le scritte dei soliti ignoti sui muri del faro mostrano come la popolazione locale si faccia beffe di tale arbitrario divieto.

In attesa che l’isola torni a essere di tutti, che si trovi un modo per godere di questo paradiso nel rispetto della natura e del suo ecosistema, non resta che affacciarsi al balcone dei bastioni della Purità all’imbrunire, cercare il faro all’orizzonte e immaginarsi in cima, come un guardiano, per il tempo di un tramonto, tra la salsedine sulle mura di casa e gli scherzi di un gabbiano corso.

Qui, l’inizio dell’avventura tra i fari del Salento. 

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