La prima volta che incontrai Giovanni Bernardini fu nel riflesso di un ragazzo in fondo al mare, protagonista di uno sei libri, a mio avviso, più riusciti, che lessi per lavoro ma che custodisco gelosamente, tra quei testi a cui voglio bene. Seguì un breve incontro, una stretta di mano fugace, quando, curvo sui ragazzini delle elementari venuti a fargli le feste, s’intratteneva con spirito e arguzia tra i bambini, raccontando aneddoti e fiabe. Da allora, prendere in mano uno dei suoi libri, farlo mio, scriverne, è stato sempre un onore ma anche l’inizio di una nuova avventura, una porta che si apre su una delle menti più affascinanti e ricche della nostra letteratura. Così è stato anche quando, tra le mani, mi capitarono storie di ombre, di tempo che passa, di considerazioni lucide, sul far della sera.

“Il vecchio e l’ombra”, Giovanni Bernardini.

Piegato sulla scrivania, seduto in poltrona, sorpreso sul far della sera assorto, con la fronte aggrottata, Giovanni Bernardini, classe 1923, si ritrova davanti alla sua ombra. Interlocutrice impietosa, è con lei che, all’ora del tramonto, lo scrittore, d’origini pescaresi, ormai salentino, imbastisce un dialogo notturno, una sorta di confidenza, un lascito letterario, per rimuovere qualche vecchio sassolino, chiarire malintesi, chiedere scusa e abbandonarsi a quella “libertà vesperale” del dire, senza curarsi troppo delle conseguenze.

Come nella sua precedente Fuga dalla notte, Bernardini, con questi dialoghetti vergati all’imbrunire, riconosce il potere salvifico della scrittura, come se, solo accostandosi alla scrivania, con penna e calamaio, si potesse fermare il tempo, rimanere in una dimensione sospesa, arrestare perfino l’incredulità del lettore e consegnargli queste confessioni alla propria ombra. “Cara Ombra, non credo di andar lontano dal vero se mi sono persuaso che codesti umanisti scarseggiano d’umanità”, scrive Bernardini, lamentandosi del presenzialismo dei tanti intellettuali contemporanei, schiera alla quale si fregia di non partecipare, definendosi, per natura e per vocazione, “più che minore”, inevitabilmente “periferico”.

Uomo di lettere, professore, autore, Giovanni Bernardini impregna ogni scritto della passione per la letteratura, della sua esigenza di chiarezza e trasparenza, ma soprattutto della profonda convinzione che la lettura sia l’unico strumento in grado di allargare le capacità dello scrivere, di sublimarne quel potente arnese che è la metafora, che qui si nasconde nell’allegoria del tramonto, inteso come età della vita. “Di ogni cosa vedo l’ombra in cui culmina”, prende in prestito un’immagine di Cardarelli per descrivere una sensibilità acuita dal tempo, dai dispiaceri, da qualche rimorso rimasto a rodere la testa, come un tarlo che fa capolino solo a notte fonda.

Stare nelle cose, senza rimpianti e senza troppi sogni

Nello spazio di questi brevi venti dialoghetti, Bernardini mescola l’attualità alla vita privata, gli scrittori adorati del passato si ritrovano accanto agli amici letterati del fermento salentino di una volta. Da una sera all’altra, accanto alla sua ombra, si accomodano nel salotto di casa Papa Francesco, Papa Giovanni, Leopardi, Eschilo, ma anche la moglie, i figli, la badante romena che gli confessa l’amore per la lettura, una giovanissima e tragica Claudia Ruggeri. Bernardini ci appare sgomento davanti agli orrori della cronaca, rassegnato alla solitudine delle stanze vuote della sua abitazione, indignato davanti all’ipocrisia di non pochi conoscenti, divertito che queste sue confidenze a tu per tu raggiungano il suo pubblico. E, alla fine, come aveva già scritto in Altri giorni, altri racconti, in pace con il proprio bilancio personale e con quello che aveva definito l’obiettivo finale della sua esistenza: “stare nelle cose, senza rimpianti e senza costruire troppi sogni” e, senza pretendere troppo, accendere “un lumicino di speranza”, seppur minima, “che al di là del mistero ci sia il Bene”.

Tagliando il traguardo del 25simo libro, Bernardini s’incammina sul viale dei ricordi, si guarda indietro, si lascia andare alla nostalgia e, come in un componimento di pascoliana memoria, si abbandona al gusto dolceamaro dei giorni perduti: “voci di tenebra azzurra, mi sembrano canti di culla, che fanno ch’io torni com’era, sentivo mia madre, poi nulla, sul far della sera”.

Giovanni Bernardini, Il vecchio e l’Ombra (Dialoghetti), Edizioni Esperidi, Monteroni di Lecce, febbraio 2016, 120 pagine.

In  questo video, Giovanni Bernardini presenta il suo racconto “Remota stagione”, il primo della nuova rubrica “Le storie di qui” di quiSalento, uscito sul numero di ottobre 2018 della rivista. 

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