San Biagio, le candele e l’aerosol. Il ricordo della messa del 3 febbraio negli occhi di una bambina.

Parcheggiavamo di fretta, prima dell’arco antico che segna l’ingresso al centro storico di Parabita e, di corsa, stringendoci sotto un unico ombrello, io e mia madre risalivamo la strada dirette alla Chiesa di San Giovanni Battista. Di solito la messa era già iniziata, le sedie erano tutte occupate e allora ci ritagliavamo un angolino tra gli ultimi posti, lei sempre in piedi, io appoggiata a una colonna, o seduta sul piedistallo all’ombra di San Giovanni, postazione dalla quale mia madre mi faceva periodicamente alzare, improvvisando espressioni di muto rimprovero. Quando ero certa di non essere vista, salivo qualche gradino della soffocante scala a chiocciola che conduce al coro, avvolgendomi in quel nascondiglio di legno, sperando che l’eccitazione di tutta quell’oscurità facesse passare il tempo della predica più in fretta.

Debole di bronchi, da bambina vedevo la vita scorrere attraverso i fumi dell’aerosol. Ero periodicamente trattenuta a casa per settimane, a ciondolare nel letto di mamma e papà davanti alle televendite e ai vecchi episodi di MacGyver, con il termometro sul comodino e i fazzoletti usati sparsi tra le lenzuola. Dopo arrivò anche l’allergia, con gli attacchi di asma, il cortisone come migliore amico e lo spray sempre in tasca. Ecco perché non era possibile perdere la messa di San Biagio, il tre febbraio. E anche con la pioggia, con il freddo, con la goccia al naso, mia madre mi conduceva al capezzale del protettore della gola, nella speranza che l’imposizione delle candele benedette mi aiutasse a superare indenne l’inverno.

San Biagio era diventato come un nonno, quello materno che non avevo mai conosciuto. Era nato tra il terzo e il quarto secolo in Armenia, eppure quel bambino a cui aveva salvato la vita recuperando dal fondo della gola una spina di pesce qualcuno l’aveva conosciuto davvero, oppure ne aveva conosciuto i genitori, o la nonna era la vicina di casa. Quel bambino abitava sempre a pochi passi dalla chiesa ma non veniva a scuola, non lo si vedeva al catechismo, apparteneva a un’altra dimensione, quella di San Biagio stesso, come se al salvataggio fosse seguito l’ingresso nel mondo immacolato, inaccessibile e, immobile, dei santi.

Santini di San Biagio da collezione
Santini di San Biagio da collezione

Il freddo delle candele sulla gola, l’odore d’incenso e l’emozione di mettermi finalmente in processione tra le due file di banchi, di confondermi tra i grandi, di pronunciare ad alta voce un timoroso Amen, io che ancora non avevo nemmeno la Confessione, mi stordivano. Con quelle candele appoggiate per pochi secondi sulla gola, lo sguardo del prete che, lungi dal volersi fare piccolo per entrare nel regno dei cieli, s’ergeva altissimo sull’altare e m’ammoniva fissandomi, ero parte anche io del miracolo. La chiesa mi sembrava gigantesca, avevo paura di non ritrovare la strada, avanzavo cercando di memorizzare il percorso, come un Pollicino che avesse finito i sassolini, per tornare accanto alla mamma il più presto possibile, occhi bassi e, preferibilmente, in apnea, per conservare la benedizione e non disperderne nell’etere nemmeno un po’.

Con la protezione di San Biagio, m’era consentito di partecipare con un po’ più di disinvoltura alle feste del Carnevale dove, tuttavia, non era permesso disfarsi del cappotto. Il vestito da fata turchina era mortificato dal grosso piumino nero che ne faceva uscire soltanto il fondo, fissato dal cerchio che ne manteneva la larghezza, e quell’improvvido, e ormai inutile, se non ridicolo, cappello azzurro a punta con il velo di tulle. La canottiera di lana e il maglione non m’erano risparmiati neppure durante le feste in classe a scuola. Mia madre m’accompagnava abbigliata di tutto punto sino alla porta dell’aula raccomandandomi alle maestre. E loro mi prendevano in braccio e, non appena la sagoma di mia madre spariva dietro l’angolo, mi portavano in bagno per alleggerirmi di qualche strato facendomi promettere di “non dire niente alla mamma, ché poi prima della campanella rimettiamo tutto a posto”. E io tornavo a casa, fiera del mio segreto, e con un principio di raffreddore già in incubazione.

Quelle candele strette intorno alla gola, indispensabili per la guarigione e per sventare possibili complicazioni per quei bronchi fiaccati, non erano mai sufficienti e l’aerosol restava sempre in agguato, immobile sullo scaffale in legno della cucina, ché non serviva a niente riporlo.

L’ho rivisto di recente, San Biagio. Come succede sempre quando si cresce, e s’incrociano vecchie conoscenze o gli amici dei genitori, m’è sembrato meno imponente, la schiena ricurva, più piccolo, lo sguardo implorante al cielo, richiedente aiuto, forse anche lui un po’ impaurito, sotto la pesante corona vescovile, di non riuscire a estrarre quella spina in tempo. Più umano. L’ho ritrovato in quasi tutte le chiese in cui abbia messo piede. E, in questi strani giorni della merla, una spaventosa sera di gennaio, chissà che non sia venuto in punto di piedi anche a casa mia, per aiutarmi, posare il dito su una gola e salvarmi la vita.

Dedicato a mia madre.

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