Sugo di carne, bengala e santi cavalieri. Il racconto immaginato della processione di San Giorgio a Matino, vista dall’alto di un balcone.

Della casa di mia nonna, di me a casa di mia nonna, ricordo soprattutto il giorno della processione di San Giorgio. Fine aprile. Si cenava tutti insieme, nella cucina, riscaldati dai fornelli e dal camino acceso, intorno alla tavola di legno, coperta con una tovaglia di plastica e con una di stoffa. Mia madre fumava e mi scacciava dal fuoco. Perché il fuoco era vietato ai più piccoli. Soprattutto a me. Perché mi venivano subito le guance rosse e poi mi “ammalavo di bronchi” almeno tre volte al mese. Non potevo prendere freddo e non potevo prendere caldo. E di piccoli, ero rimasta solo io. Mia sorella era con i cugini più grandi, quelli che, quando c’è la festa patronale, hanno il diritto di saltare la cena e andare direttamente in piazza o alle giostre.

Pane con il pomodoro, la carne di cavallo al sugo, con l’insalata croccante, inzuppata di aceto, che avevano dimenticato di mettere a parte, per i piccoli. Il vino rosato di mia nonna, “alla nonna sempre col ghiaccio”, anche d’inverno. Il pane, che sapeva di bucato, impregnato del profumo dello strofinaccio. Mia zia, signorina, fedele impiegata al comune sull’orlo della pensione, seduta a capotavola, vicino alla porta. All’improvviso, lasciava il pane inzuppato di sugo sul bordo del piatto e scattava in piedi, abbandonava la tavola e correva in salotto. “Non era la processione”, e tornava a sedersi. Squillava il telefono, di nuovo mia zia scattava e correva a rispondere. Si affacciava trafelata alla porta: “dicono che sta all’angolo di via Roma, prepariamoci”. La processione arrivava e toccava vestirsi, mettere il cappotto e il berretto, e farsi un varco tra le gambe nel balcone. Era compito di mio padre tenermi la mano, sorvegliare perché non inciampassi nel filo della lanterna, accesa per l’occasione. Io appoggiavo il mento alla ringhiera fredda. Si stava lì fermi, guardandoci negli occhi e scambiandoci veloci cenni di saluto con la gente radunata nei balconi di fronte al nostro. Della processione nemmeno l’ombra. Mia madre dava la colpa a mia zia. “Hai capito male al telefono!”. “No”, si sbracciava lei, “sta arrivando, giuro, sta arrivando”. Poi, dopo qualche minuto, i chierichetti vestiti di bianco si scorgevano all’angolo della strada. Il corteo arrivava e mia zia ci scuoteva per le spalle, “Hai visto? Hai visto?”.

Quella di San Giorgio è una processione che ho visto solo dall’alto.

Il segno della croce, obbligatorio, al passaggio della prima croce. E poi di ogni stendardo. Il rosario dei chierichetti, con le scarpe da ginnastica e il cappotto infilato sopra la tunica. Il coro acidulo delle signore. Io che batto i piedi sul balcone al passaggio della banda. Mi copro le orecchie per i fuochi d’artificio. Mi strofino il naso che pizzica, per l’odore d’incenso che s’era infilato nelle narici. La Madonna Incoronata avanza e poi San Giorgio, dritto sul baldacchino dorato, che uccide il drago, acquattato ai suoi piedi. La statua silenziosa ondeggia sui completi neri, sulle spalle credenti in giacca e cravatta, seguite a pochi passi dal sindaco con la fascia. I baci cadono giù dal balcone. Mia nonna, appoggiata all’angolo del balcone, con i calzini di lana e un fazzoletto intorno alla testa, lo indica come se avesse riconosciuto un amico. “Na, San Giorgiu miu beddhu”.

Un rito che si preparava dalla mattina, con le telefonate per il menu, per gli auguri, la spesa, consumato in pochi minuti, bruciato in fretta come la miccia gradassa della batteria di bengala dei vicini di fronte.

Dopo la statua, era malcostume restare a guardare la gente. Ma si restava lo stesso. Tranne mia nonna, tutti rimanevamo sul balcone ancora qualche minuto, indecisi. “Dai entriamo”, mi tiravano, e intanto un ultimo sguardo si sporgeva e io restavo in mezzo alle gambe più alte di me a cercare di individuare lui, l’oggetto misterioso delle conversazioni sottovoce, “eccolo eccolo”, il senatore, parente lontano, personalità di prestigio, residente nella capitale, ma sempre a Matino il giorno di San Giorgio, che alzava il mento e agitava una mano verso il balcone.

Tornavamo poi a sederci, anche se la serata era ormai finita. Sulla tovaglia restavano macchie di vino, il ghiaccio sciolto, le molliche di pane. Io mangiavo la frutta, quasi di nascosto, senza farmi vedere, per la paura che da un momento all’altro mi spedissero da sola al buio nella camera da letto dei nonni, a cercare di fretta il berretto e la sciarpa per tornare a casa. Mia nonna aveva finito il terzo bicchiere di vino, mia zia aveva riacceso la televisione, mia madre iniziava a sparecchiare. Mio padre, in silenzio, mani nelle tasche dei pantaloni, mi faceva l’occhiolino.

L’attesa finita, terminavamo la cena, con lo stesso spirito con cui si mangiano gli avanzi il giorno dopo Natale.

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