“Un mattino al principio di giugno dell’altr’anno mi svegliai da un sogno, di cui tutto quel che potei ricordare era che io mi credevo in un antico castello (un sogno ben naturale per un capo pieno come il mio di storie gotiche) e che sulla più alta balaustrata di una grande scala io vidi una gigantesca mano coperta da un’armatura. La sera mi misi a scrivere, senza la minima idea di quel che intendevo dire o riferire”

Il Castello di Otranto, Horace Walpole

Ha il merito di aver dato il nome al primo romanzo gotico della storia, è la cinta muraria che abbraccia e protegge una delle più belle città d’Italia, la punta più a est del paese intero, e oggi accoglie visitatori che restano a bocca aperta provenienti da tutto il mondo. Eppure giace lì, quasi con modestia, il Castello aragonese di Otranto, accompagna il perimetro di piazza Castello e, con il ponte levatoio abbassato, invita tutti a prendere posto e godersi lo spettacolo dei suoi misteri.

Medaglioni, nobili in divisa, stemmi rinascimentali e romantiche epigrafi, un mondo di storie racchiuso e protetto dalle pareti fortificate, che ne hanno tramandato il segreto per secoli.

Si hanno notizie di questa fortezza già nell’anno Mille ma, dopo la ricostruzione a opera di Roberto il Guiscardo nel Duecento, fu lo stupor mundi Federico II di Svevia a ridargli lustro con la torre del corpo mediano cilindrico all’interno del bastione a punta di lancia. Dopo il sanguinoso attacco del 1480 a opera dei turchi, il castello di Otranto fu definitivamente fortificato. Alfonso d’Aragona, duca di Calabria, cedette la città in pegno ai veneziani, che dotarono il castello di artiglieri e bombarde.

In mano agli spagnoli

Quando a fine Cinquecento, la città tornò agli spagnoli, Don Pedro di Toledo, il cui stemma è ancora posto all’ingresso, ne fece un vero e proprio capolavoro di architettura militare, ornato dai due bastioni poligonali affacciati sul mare. A questi, si aggiunsero le torri, ancora visibili, dai nomi di donna: Alfonsina, Duchessa e Ippolita. E poi ancora il bastione detto Punta di Diamante e, gioiello dell’architettura difensiva, la Sala Triangolare, dalla volta particolare nata dall’intersezione di tre unghie di padiglione in carparo.

Sono quasi invisibili ormai le sofferenze, i fori lasciati dalle bombarde e dalle palle di cannone, i colpi degli archibugieri che per due lunghissime settimane tra il luglio e l’agosto del 1480 assediarono la cittadella, ancora priva delle sue fortificazioni e dei suoi cannoni, in cui si rifugiò il borgo tutto, tenuto insieme dal vigore dei capitani Francesco Zurlo e Giovanni Antonio Delli Falconi e dalla fede incrollabile, prima di capitolare nelle truculente mani degli ottomani.

“Vedete, Zurlo, a ciascun uomo nella vita capita almeno una volta un’ora in cui dare prova di sé; viene sempre, per tutti. A noi l’hanno portata i turchi”

L’ora di tutti, Maria Corti

Nelle segrete del castello

Le vite, gli amori e le personalità degli inquilini di un tempo si possono intravedere nella Cappella al piano terra, parzialmente affrescata e decorata da cornici ed epigrafi, tra cui quella della tomba di Donna Teresa De Azevedo, morta il 23 febbraio del 1707, alla quale il marito, Don Francesco de la Serna e Molina, castellano dell’epoca, dedicò una tenerissima epigrafe in cui la indica quale “esempio di pudicizia, dea di bellezza, modello di onestà, prole di eroi spagnoli” .

Nascosti dal sole e protetti dalla salsedine, circondati dal fossato, ci sono i sotterranei, un intrico di gallerie e cunicoli, quasi tutti accessibili ai visitatori, che hanno conservato la struttura originale quattrocentesca e hanno accolto le modifiche cinquecentesche, che ne hanno rafforzato la finalità militare, facendone una fortezza in grado non solo di proteggere la prima alba d’Italia ma anche di colpire le fantasie e le immaginazioni degli scrittori.

Dopo Walpole, infatti, non tutti sanno che nel Settecento si diffuse a Parigi il libretto Le baron d’Otrante, opera buffa in tre atti, dove la sagacia dell’illuminista saccente di turno si fa beffe del martirio di Otranto. Come a riparare i torti subiti, c’è Maria Corti e il suo romanzo L’ora di tutti, dove il castello sembra soffrire della sua impotenza, di avere le radici così saldamente piantate in terra e di non poter morire insieme alle genti idruntine.

Il castello è aperto tutti i giorni dalle 10 alle 20. Info:+390836210094.

Fino al 5 maggio, è allestita la mostra “L’India ad Otranto”.

Qui, l’inizio del viaggio tra le fortezze salentine.

 

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