La festa più paesana nel capoluogo della Puglia. Il patrono dei leccesi, più che di Lecce, si festeggia solitamente dal 24 al 25 agosto, tra commedie in dialetto, luminarie, il saluto delle bande al sindaco e la straordinaria processione che coinvolge tutti i cittadini.

Le bande, le bancarelle, le luminarie. Le campane del Duomo rintoccano per la messa prima, “lu Ronzu sta sona”. Sant’Oronzo finalmente è arrivato e Lecce, la città barocca, ritorna squisitamente paese e si “para”, in tutti i sensi, per i tre giorni di baldoria. È un ritorno alla tradizione, quello della festa in onore del santo patrono leccese, che ha il suo cuore proprio in piazza Sant’Oronzo, ai piedi della colonna. Qui c’è la cassarmonica, simbolo per eccellenza della festa patronale, e le bande, formazioni d’eccezione con circa 40 elementi, protagoniste con i concertini itineranti e le esibizioni accolte sotto la cupola. Piazza Sant’Oronzo, proprio come un tempo, è il contenitore privilegiato della festa popolare, dove assiepare le sedie bianche per non perdersi l’inizio del concerto, addentare un pasticciotto caldo aspettando la processione e sfoggiare, anche questa è tradizione, il vestito bello della festa.

Il cuore pulsante della città, la piazza con la patinata via Trinchese, diventa un lunghissimo corridoio dove trovare gingilli, girandole e dolciumi, dove comprare a buon mercato piatti e padelle, ma soprattutto un colorato viale dove respirare l’essenza vera della festa, quella popolare e anche un po’ pacchiana, anche se, prestando l’orecchio, tra gli schiamazzi e le urla degli ambulanti, tra tutti gli innumerevoli accenti raramente capita di imbattersi in quello leccese. La banda suona, le luci rischiarano la folla e, ad ogni passo, Lecce assomiglia sempre più ad un piccolo grande paese, con la paratura che illumina gli orli appena rifatti ai vestiti, approntati per l’occasione, le occhiate trasversali alla gente nel corteo e le file davanti ai banchetti della “cupeta”. 

Tito Schipa a Lecce

Tito Schipa
Tito Schipa

“La spaccata, cioè la sfilata con l’abito nuovo della festa in mezzo alla piazza, è rimasta uguale a cinquant’anni fa”, dice William Fiorentino, autore di commedie in vernacolo salentino, leccese doc. Lui, che la festa l’ha conosciuta, e vissuta, quando a cantare per Sant’Oronzo c’era Tito Schipa, con un luccichio commosso negli occhi azzurri, ricorda la piazza investita di gente, i tre angoli dei caffè, gli storici Bar Sempione, Bar Alvino e Bar Buda, che sfornavano senza sosta pasticciotti e “pezzi duri”, porzioni di gelato durissimo. “La piazza era la passerella preferita dei signori della Lecce bene, e la spaccata aveva anche una funzione quasi sociologica”. Questa luccicante passerella delle vanità, infatti, faceva risparmiare molti soldi ai promessi sposi meno abbienti. “Prima non c’era tanto denaro per organizzare un matrimonio e non tutti potevano spendere tanto per unirsi davanti a Dio. Allora, uno dei due sposini scappava, aizzando i pettegolezzi e richiamando l’attenzione. Per mettere a tacere le voci, ai due futuri coniugi bastava poi farsi vedere alla festa di Sant’Oronzo mentre camminavano sottobraccio con tanto di consuoceri al seguito. Così la gente capiva subito che pace era stata fatta e si stava per convolare a nozze”. Era anche questo Sant’Oronzo, e forse lo è ancora oggi, un modo divertente per aggiornarsi sulle ultime novità, per passare in rassegna i pancioni e i nuovi anelli al dito, come ogni festa di paese che si rispetti. Anche se qui siamo in una città. 

Sant’Oronzo, la cui esistenza è stata addirittura messa in dubbio di recente, è soprattutto uno stato mentale, per accettare di buon grado che Lecce perda un poco della sua eleganza per tornare pacchiana e chiassosa, indulgere nelle buone vecchie abitudini paesane, ridere con i “culacchi” dei giornaletti della festa e partecipare alla grande “vasca” collettiva, per salutare parenti e vecchie conoscenze. Proprio lì dove ogni mezzogiorno la voce di Tito Schipa, altro simbolo della “leccesità”, intona arie d’altri tempi, lui, il celebre tenore che, proprio per Sant’Oronzo, da ogni parte del mondo tornava a Lecce, per cantare in onore del patrono, in una città che non lo riconosceva più. Prima in onore del santo, infatti, si istituiva anche una rassegna lirica e il grande tenore si esibiva sul palco, sfidando le malelingue e gli invidiosi che, giocando con il suo nome, dicevano che Schipa “schifeggiasse”. Per la piazza, comunque, era tutto un rendere omaggio al maestro, abbracci, baci e saluti. “Ciao beddhu”, così lui rispondeva a tutti. “Tito Schipa aveva conosciuto la povertà”, rivela William Fiorentino, “e non badava a spese per la festa e per la costruzione del liceo musicale in viale dell’Università regalò addirittura 250.000 lire”.

Festival canori e galletto al ragù

Nel secondo dopoguerra, quando la festa coincideva con il risveglio della città dopo il conflitto mondiale, i soldi non mancavano per Sant’Oronzo. “I bar, ad esempio, non potevano rifiutare di contribuire alla festa, ed erano soldi in positivo, mica briciole”, racconta il signor Fiorentino. Anche l’Opera Nazionale Dopolavoro, l’istituzione fascista che si occupava di “regolamentare” il tempo libero dei lavoratori, s’interessò alla festa e istituì, nel 1938, il Primo Festival della Canzone Leccese, dove vinse il brano “Canta la funtana noscia”, che parlava della Fontana dell’Armonia. Sant’Oronzo, più di ogni altro orologio, in quei giorni di festa segnava davvero le ore. Ogni piazza aveva il suo spettacolo, ogni crocevia diventava teatro e si racconta che Oronzo Massari, sindaco di Lecce, amante dei cavalli, per le strade girasse con la sua biga personale, scansando il traffico di pedoni e biciclette e ci mancò poco che lo spiazzo del Coni non diventasse, per suo volere, un ippodromo in occasione della festa. 

Sant’Oronzo, dall’alto della sua colonna, da quando la piazza è stata sventrata e quasi riscritta, dall’epoca fascista in poi, non guarda più verso l’anfiteatro ma verso l’arioso passeggio, anche per assistere alla festa in suo onore, oggi come ieri. Tuttavia, non tutta la cultura “santoronziana” ha retto al passare dei tempi. “Chi si ricorda più del giorno di Sant’Oronzo a Penitenza?”, continua il signor Fiorentino, “prima, il 27 agosto, la quarta giornata di festa si andava tutti in riva al mare di San Cataldo con gli stanati di pasta e si mangiava il galletta al ragù”. Festeggiando, insomma, una penitenza un po’ sui generis.

Il santo politico

Sant’Oronzo, volente o nolente, resta a guardare la sua bella città adoperarsi per la festa, vigila sul passeggio agghindato, si lascia solleticare dai palloncini e arriccia le narici per il profumo della “cupeta” o l’odore schietto della “scapece”. Dall’alto della colonna o sbirciando dalla cima del campanile del Duomo, stringe il bastone e protende il braccio destro verso la piazza, in segno di compiacimento, forse si scusa con i compatroni, i santi Giusto, il nipote, e Fortunato, suo successore, portati anch’essi in processione, ma sempre un passo indietro, o probabilmente chiede perdono a Sant’Irene, la vecchia patrona, che lo osserva di fronte, dall’altro lato della piazza. Patrono dei leccesi, più che di Lecce, il santo martire fu infatti posto a guida della città nel Seicento, per opera di una vera e propria mossa politica da parte dell’allora potentissimo vescovo Pappacoda, che scelse letteralmente il santo e lo impose alla cittadinanza, spodestando Sant’Irene, per fare del suo ordine religioso il più potente in città e accattivarsi le simpatie di Roma.

A distanza di secoli, però, poco contano quei giochi di potere e anche la veridicità della leggenda del martirio. “Santu Ronzu” resta il santo intoccabile, portato con fierezza in processione, festeggiato con il galletto e la parmigiana in tavola, e un’inevitabile punta d’orgoglio in tutti i leccesi.

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Immagine di copertina: italiani.it

 

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