E quandu ‘u cielu e l’aria se sculura,
se sente lu rintoccu t’a campana 
te la Matonna Santa t’a Cutura
e la burrasca prestu se ‘lluntana
E a mmenzu a cinca tice Ave Maria
nci suntu jeu cu la famija mia. *

Rocco Cataldi, poeta dialettale parabitano

È maggio, il campanile ammicca da lontano, le luminarie si arrampicano per le vie della cittadina, si aprono i mercatini e si chiudono le scuole, arrivano le giostre e, non è improbabile, che a raccontarvi la storia ta Matonna noscia, sia proprio qualcuno che si chiami Coltura. A Parabita, il santuario della Madonna della Coltura è il cuore dei festeggiamenti che, durante l’ultimo fine settimana di maggio, onorano la Vergine patrona dell’agricoltura e dei contadini, ritrovata, secondo la leggenda, da una coppia di buoi, intenti ad arare la terra.

Si dice che in Contrada Pane, poco fuori le mura della vecchia Parabita, due buoi arassero la terra in una calda mattinata di maggio d’un’epoca imprecisata. All’improvviso le bestie si fermarono e, nonostante le sferzate del contadino, rifiutarono di proseguire il lavoro. L’uomo, spazientito, cominciò a scavare con le proprie mani, riportando alla luce un blocco di pietra raffigurante la Vergine. Il contadino lasciò l’aratro e corse a dare il lieto annuncio ai suoi concittadini, che accorsero felici e sbigottirono davanti ai buoi inginocchiati e all’immagine dipinta a fresco, che trasportarono d’impeto in una vecchia cappella e poi trasferirono nell’importante Chiesa Madre.

Lo stupore fu ancora più grande il giorno dopo, quando la nicchia della Chiesa Madre fu ritrovata vuota e il monolito con la Vergine rinvenuto nella cappella decadente, a pochi passi dalla campagna. La fermezza di Maria fu interpretata come un segno divino e sulle pietre della vecchia cappella, esistenti sin dal Quattrocento, fu innalzato il Santuario.

parabita_santuario

Oggi, il Santuario, ricostruito nei primi decenni del Novecento sul progetto dell’architetto Nicola Pagliarulo, si erge maestoso davanti a piazza Regina del Cielo, dove sorge la colonna, inizialmente dedicata a Santa Caterina, oggi omaggio alla Vergine della Coltura. Davanti si srotola il parco cittadino, con la scuola media e il rumore del treno poco distante, mentre accanto alla chiesa si innalza il campanile.

Nelle giornate di cielo terso, l’avorio della pietra leccese risplende ed esalta i dettagli del portale, i colori del mosaico del Cristo Re e il rosone che sormonta l’ingresso. Il miscuglio di romanico, bizantino e gotico modella un tempio maestoso, dalla facciata spiovente che lascia immaginare le tre navate e la regalità degli interni. Varcata la soglia, fresco, profumo d’incenso, l’imponenza del carparo, le altezze vertiginose delle colonne, le sfumature delle vetrate accese dal sole, lo srotolarsi delle tre navate e il movimento degli affreschi dei pittori Guido e Mario Prayer e poi un unico punto di fuga, il monolito centrale, con l’effigie della Madonna della Coltura, incorniciato da un baldacchino dorato. Lo sguardo malinconico, la dolcezza, il manto che sembra ancora sporco di terra arsa, le guance della Vergine e del Bambino unite insieme nell’abbraccio, è quasi impossibile non restarne incantati. Gli storici riportano che il monolito riservò un’altra sorpresa ai fedeli nel 1913, anno in cui iniziò la ricostruzione dell’attuale santuario. Nel Settecento, la Madonna era stata infatti posta in un’ogiva barocca in carparo, la cui distruzione durante i lavori rivelò la totalità del monolito, raffigurante la Vergine nella sua integrità.

monolite-madonnaUna tradizione ancora viva, durante i tre giorni di festa, è la gara del chilometro, detta anche la corsa dei curraturi, una competizione in costume, che ricorda, secondo alcune versioni, la foga del contadino che ritrovò la Madonna impaziente di annunciare la notizia in paese e, secondo altre, la gioia dei parabitani accorsi ad ammirare il monolito. Da Contrada Paradiso, poco fuori la cittadina, sulla strada di Gallipoli, la destinazione è sutt’a porta, all’incrocio tra via Coltura e via Vittorio Emanuele III, per tagliare il traguardo sotto lo sguardo benedicente dei tre protettori della città, San Rocco, San Sebastiano e la Madonna della Coltura.

Arriva da Napoli, invece, la consuetudine di simulare l’incendio del campanile, l’ultima sera della festa, uno spettacolo che ormai attira estimatori dei fuochi d’artificio da tutto il Salento, assiepati di fronte alla chiesa. È più raro trovarvi, invece, dei parabitani che conoscono i posti migliori per godersi l’esplosione di colori, lontano dalla folla.

Dal 1955, padroni di casa del santuario sono i Frati Domenicani, che già nel Quattrocento arrivarono a Parabita, ospiti del vecchio convento domenicano che sorgeva accanto alla Chiesa dell’Umiltà. Nel 1999, il papa Giovanni Paolo II ha elevato il Santuario a Basilica minore, con festeggiamenti solenni che si conclusero con il dono di una nuova corona, in filigrana d’oro, alla Vergine. L’elegante tempio mariano resta, nonostante tutto, lu Santuariu, cuore della vita religiosa del paese.

Per imitare gli autoctoni e rivolgere un saluto alla Madonna lontani dal rumore della festa patronale, basta andare a trovarla al Santuario, un giorno qualsiasi della settimana, spingersi sino alla parete di fondo dove il pittore Mario Prayer ne racconta la storia per affreschi, o presso la Casina Paradiso, sulla strada per Gallipoli, dove si trova il monumento innalzato nel luogo del ritrovamento del monolito. Oppure perdersi nel centro storico parabitano, dove tra un crocicchio e una veneziana, la Madonna si nasconde in piccole cappelle, altarini e dipinti, omaggiata da fiori freschi e da una devozione eterna.

 

Qui, l’inizio del viaggio tra i santuari salentini.

 

*E quando in cielo l’aria si scolora, si sente il rintocco della campana di Santa Maria della Coltura e la burrasca presto si allontana. E tra chi recita l’Ave Maria, ci sono io con la famiglia mia. 

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