Non può che trovarsi in Largo San Rocco, il Santuario di Torrepaduli, minuscola frazione di Ruffano, celebre per il culto intitolato al santo di Montpellier, taumaturgo e misericordioso, che da anni torna a tingere l’estate di nastrini, tamburelli e ronde.

Secondo una delle tante leggende su San Rocco, fu il santo in persona a scegliere la piccola Torrepaduli come sua dimora. Si narra, infatti, che i cittadini di Ruffano decisero di spostare la statua conducendola “in città”, per darle maggior prestigio. Si organizzò una processione ma, durante il cammino, il simulacro si fece incredibilmente pesante e nessuno fu in grado di trasportarlo in direzione della chiesa prescelta. Solo quando il corteo si decise a tornare indietro, verso Torrepaduli, la statua si rifece leggera, lieta di tornare a casa.

Come nasce la Notte di San Rocco

All’origine, c’era solo una semplice cappella, dove i fedeli veneravano San Rocco e il santo con il cagnolino spartiva di buon grado la devozione dei torresi con il vicino San Sebastiano, patrono degli appestati. Ultimato nel 1738, oggi il santuario è una costruzione semplice, in muratura, dalla sobria facciata neoclassica. San Teodoro Martire, patrono legittimo della frazione, è invece omaggiato nella chiesa matrice, con un cenotafio dedicato al santo che, magnanimo, sembra quasi fare un passo indietro, contentandosi dei, pur fastosi, festeggiamenti autunnali, lasciando al popolare San Rocco il grande trionfo agostano.

nastri-san-rocco-torrepaduliÈ, da tempo immemore ormai, la notte più lunga dell’estate salentina, quella tra il 15 e il 16 agosto, quando in migliaia ingannano lo scorrere lento delle ore notturne assediate dalla calura, danzando, pregando, dilettandosi tra zagareddhe, i tradizionali nastrini colorati, i ventagli con l’effigie del santo, tamburelli e dolciumi, in attesa che, all’alba, si schiudano le porte del santuario e cominci la festa religiosa. Un secondo, un passaggio impercettibile dal sacro al profano, in cui, come fossero tutti d’accordo, le danze s’arrestano, i tamburelli tacciono e ci si raccoglie in muta preghiera ai primi raggi del sole.

La Notte di San Rocco è forse una delle poche occasioni in cui osservare uno dei balli tradizionali più autentici del patrimonio salentino. Piglio sfrontato, occhi attenti e ritmo incalzante, i duellanti della danza delle spade si sfidano all’interno delle tradizionali ronde, veri e propri cerchi di folla, che sbocciano, uno dopo l’altro, nel corso della notte. Il duello segue un’etichetta antica, che risale ai tempi in cui a sfidarsi, per un cavallo rubato o per motivi d’onore, erano gli zingari accorsi a vendere le proprie mercanzie nella notte della festa. Tempi in cui le spade erano vere e la notte poteva anche finire in tragedia. Oggi d’affilato resta solo lo sguardo e del codice in uso nei tempi andati, una sola imprescindibile regola: se un anziano desidera proseguire il duello, il più giovane è tenuto a cedergli il passo.

danzaspade

La tradizione dell’accoglienza

Oggi, a sorvegliare sulla buona riuscita della Notte di San Rocco, c’è il solerte comitato festa, che ogni anno, insieme al santuario, presiede e vigila affinché la festa, presa d’assalto anche da chi di San Rocco non ha mai sentito parlare, non diventi una brutta copia della Notte della Taranta, perdendo il suo mistero e la sua autenticità. Sono, infatti, lontani i tempi in cui la festa di San Rocco era soprattutto sinonimo di solidarietà e accoglienza, come raccontano alcuni anziani del posto, che ancora ricordano quando, in prossimità della ricorrenza, offrivano un rifugio e un posto a tavola ai tanti pellegrini giunti per adorare il santo.

Dall’alto, San Rocco, probabilmente, se la ride, si gode la sua festa, la giostra delle ronde e l’impazzire dei fuochi d’artificio. Appoggiato al suo bastone, simbolo dei pellegrini, e in compagnia del fedele cagnolino, che secondo la leggenda lo salvò dalla morte sicura per peste, il giorno della festa, per sfuggire alla folla, forse vaga tranquillo tra le viuzze silenziose del centro storico, fermando di tanto in tanto il bastone, per scambiare due chiacchiere con San Teodoro, raffigurato a ogni crocicchio del centro e, perché no, dare un’occhiata al vecchio se stesso, ritratto e omaggiato in ogni edicola del paese, un attimo, un pensiero, poi si compiace un po’ e riprende il passo.

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