Il fanale d’un camion,
scopa d’apocalisse, va scoprendo
crolli di donne in fuga
nel vano delle porte e tornerà
il bianco per un attimo a brillare
della calce, regina arsa e concreta
di questi umili luoghi dove termini,
meschinamente, Italia, in poca rissa
d’acque ai piedi di un faro.
È qui che i salentini dopo morti
fanno ritorno
col cappello in testa.

Vittorio Bodini

Un teatro bianco di calce, l’ombra del faro, il dubbio del viaggiatore che non sa se il blu che lo circonda è Adriatico o Ionio, il profilo aristocratico delle residenze sul mare e poi, alle spalle, la piazza ariosa che fa da preludio al Santuario di Santa Maria de Finibus Terrae. Siamo a Leuca, località marina di Castrignano del Capo, qui dove, come scriveva Bodini, l’Italia termine in un mucchio d’acque incerte, davanti allo stupore dei pellegrini.

L’approdo di Pietro

De Finibus Terrae, è un’eredità degli antichi romani, il poetico nome del santuario che si erge a picco sul mare, dedicato a Santa Maria di Leuca, una denominazione che ne racconta la storia e la geografia, “ai confini della terra”, all’estremo lembo del regno dei “cives”, i cittadini, limite oltre il quale cominciavano le terre dei “provinciales”, i coloni. Lo spirito di Minerva, dea e genius loci di questo pizzo di terra imbevuto di mare, aleggia ancora sul santuario, antico tempio dedicato alla divinità, dove oggi si conserva l’ara dove i Leuchesi solevano offrire i propri sacrifici alla dea della Sapienza. “Qui dove sacrifici a Minerva offriansi e doni, l’obol sacro a Maria cristiana deponi”, recita l’obolo.

Secondo la leggenda, fu l’apostolo Pietro a convertire la popolazione locale al cristianesimo, sbarcando sulle coste di Leuca. Un evento ricordato dalla croce pietrina, che s’innalza sul piazzale di fronte alla basilica. La benedizione del Santissimo Salvatore, primo titolare della chiesa, non bastò tuttavia a difendere la chiesa dalla furia degli imperatori Diocleziano e Galerio: in virtù del loro editto venne, infatti, rasa al suolo e si dice che i devastatori saccheggiarono anche il quadro della Vergine opera di San Luca.

In viaggio lungo la via Francigena

Solo nel 343, papa Giulio I ristabilì la chiesa, titolandola a Santa Maria dell’Angelo, accontentando i pescatori, le cui preghiere alla Vergine erano il sicuro conforto prima della partenza in mare aperto. I Saraceni devastarono più volte il santuario, che venne distrutto e ricostruito almeno cinque volte, sempre lungo le mura perimetrali. Dopo l’ennesima incursione nemica, fu un’astuzia del vescovo Giovanni Giannelli, invece, quella di ricostruire la chiesa, nel Settecento, dandole la forma di un’abitazione fortificata, in modo da ingannare la vista del nemico, da qui l’architettura regolare, a due piani, come una residenza nobiliare affacciata sul Mediterraneo.

Quella del santuario di Leuca è una storia di devozione antica ma anche di potere e di speranza. Non sono stati pochi, infatti, i papi che, forse per aggraziarsi il popolo o per invitare i pellegrini a percorrere la lunga via Francigena fino a Finibus Terrae, promettevano clementi indulgenze plenarie per chi si recasse a fare un omaggio alla Vergine di Leuca. Una magnanima protezione divina, estesa anche a chi si occupava dei fabbisogni primari dei pellegrini, negli ospedali e nelle case d’accoglienza. E se la salvezza dell’anima era garantita dal papa, la nobiltà alessanese del Quattrocento si fece garante della sicurezza di devoti e mercanti, dispiegando un ingente corpo di fanteria per respingere un eventuale attacco dal mare nei giorni di pellegrinaggio.

“In questo sacro luogo, agli umili è concesso il perdono, ai malvagi invece la rovina”, così un angelo scolpito accoglie i pellegrini, all’ingresso del santuario, tempio vestito di bianco, screziato dai raggi di luce filtrati dai vetri istoriati e ingioiellato dalle tante tele che adornano le navate, tra cui spicca la raffigurazione di Santa Maria de Finibus Terrae, sull’altare maggiore, corteggiata da San Giovanni, San Pietro, San Giuseppe e San Francesco di Paola, che si sporgono dalle cappelle laterali, mentre dallo sfondo si innalza l’organo ottocentesco.

Tra devozione e arte contemporanea

Eletto a Basilica minore nel 1990, durante la visita di papa Giovanni Paolo II, il Santuario è oggi un importante meta del turismo mariano. I pellegrini, oltre a salutare Maria, visitano anche l’adiacente Museo d’arte contemporanea, con una pinacoteca che conta circa 150 tele, con opere di Arnaldo Pomodoro e Norman Mommens, la Via Crucis monumentale in bronzo, scolpita da Antonio Miglietta, immersa nel verde, ma soprattutto si perdono davanti all’orizzonte, segnato dal faro e dal profilo del porto. Lo stesso piazzale, con la colonna mariana e la cascata che zampilla dalla pineta, culmine dell’Acquedotto Pugliese, desta meraviglia anche agli occhi di un salentino.

La Basilica è uno dei poli religiosi più attivi di tutto il Salento, che vanta anche un periodico trimestrale, Verso l’avvenire, una struttura d’accoglienza, il caratteristico Albergo del Santuario, con ristorante annesso, e perfino un canale YouTube. Tutti gli aggiornamenti e le informazioni sono sul sito internet del santuario.

Per immaginare cosa vedevano i pellegrini nel Seicento, quando s’incamminavano al ritmo dell’Ave Maria per salutare la Vergine, occorre invece recarsi a Barbarano del Capo, al cospetto del santuario di Santa Maria del Belvedere, o Leuca Piccola, riproduzione esatta della Basilica di Leuca nel 1685. Ma questo è un altro santuario. E tutta un’altra storia.

Qui, l’inizio del viaggio tra i santuari salentini.

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