Da piccoli, era la spiaggia selvatica, quella dove si trovavano le conchiglie più grandi e più belle di tutta la costa ionica, la pineta verdissima e profumata, dove si passavano le domeniche di fine primavera. Gli scogli da cui tuffarsi per la prima volta, senza la famiglia che resta a guardare. Il paradiso perduto dei pomeriggi d’inizio autunno, quando si continua a sognare che l’estate non abbia fine. Un’oasi misteriosa, allu Pizzu, all’estremità di Gallipoli, dove si alza la torre omonima, che guarda a Sud, sin dal Cinquecento.

Il rifugio del gabbiano corso

Bianca, abbracciata da una manciata di gradini, la Torre del Pizzo si erge al centro di una distesa di scogli e macchia mediterranea, circondata dai soffioni, dal timo, dal rosmarino, dolci fiori di mare, dove, tra uno stelo e un guscio, appare un’orchidea. Cuore di un habitat naturale straordinario, solitaria davanti allo Ionio, la torre ha l’amicizia della poiana e del gabbiano corso, avvistati nei paraggi.

Eretta nel 1569, per volere del viceré spagnolo Pietro da Toledo, che immaginava la costa salentina interamente cinta da sentinelle di pietra e protetta dagli invasori, la torre comunicava a Nord con Torre San Giovanni la Pedata e a Sud con Torre Suda, nella marina di Racale e un tempo era chiamata di Catriero o di Cutrieri, dal greco akroterion, che significa promontorio, come quello dove sorge o come il “pizzo” triangolare, che spunta sulla sommità della costruzione. Oggi il Cotriero è uno dei lidi presi d’assalto dai salentini e dai turisti durante tutta l’estate, poco lontano dalla torre, una distesa di scogli che regala alcuni dei tramonti più belli di tutta la stagione.

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Zafferano di Thomas

Incastonata in un paesaggio quasi ermetico, al limitare di una baia cristallina, la torre è parte del Parco Naturale dell’Isola di Sant’Andrea e di Torre del Pizzo, immersa nei cespugli della macchia mediterranea e della gariga, come il mirto, il corbezzolo, la calendula, ma vanta anche piante introvabili altrove, come l’Anthillis hermanniaie (di cui Punta Pizzo è l’unica stazione della penisola salentina) e l’Anagiride (Anagyris fetida) e il leggendario Zafferano di Thomas, utilizzato ancora oggi nei piatti gallipolini, come la scapece.

Verso l’entroterra

Con la città vecchia alle spalle, la strada per giungere alla torre è un viale dorato di grano, dove ammiccano vecchi ruderi, tracce di muretti a secco e scheletri di antiche masserie. Lasciando la torre, il viaggio in uno dei tratti più poetici della costa gallipolina continua all’interno lungo la palude de Li Foggi, area più umida, dove si nascondono arbusti selvatici e salsedine, tra la fitta vegetazione dei Samari, dove scorre uno dei canali più importanti dell’intero versante ionico, che si allunga per circa 7 chilometri. Qui un’antica storia si racconta a orecchie purtroppo sempre più sorde, quella della chiesa dedicata a San Pietro, dove secondo la leggenda il santo proveniente dall’Oriente si fermò per celebrare una messa, un capolavoro d’architettura normanna che oggi giace nell’abbandono.

Volgendosi di nuovo verso il mare, i girotondi di pini d’Aleppo, pini marittimi e acacie fanno della pineta della Punta della Suina uno splendido preludio a una delle più belle spiagge del Salento, mentre sulle dune, quando i tronchi si diradano, spunta il ginepro fenicio, l’orizzonte cristallino, la sabbia finissima. Un altro viaggio che comincia.

Qui, l’inizio del viaggio e le storie sulle altre torri costiere del Salento. 

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