Scrissi che ero un portento alla Torre del Serpe
che tornavo ad aspettar la neve
che la fortuna era da sempre il pane e il miele.

Antonio Verri

Lungo il litorale adriatico, risalendo la costa da sud, è il primo avamposto otrantino: la Torre del Serpe, antico faro romano, ristrutturato dall’imperatore Federico II, che lo voleva a difesa delle sue terre, simbolo per eccellenza della città più a est di Italia.

Sentinella carica di leggende e misteri, affacciata sull’Adriatico, la Torre del Serpe si alza nel cuore di un paesaggio che ha i tratti della brughiera, i profumi della macchia mediterranea e, d’estate, il colore del frumento dorato. Diversa dalle altre torri costiere cinquecentesche, solitamente a base quadrata, la colonna otrantina, a base conica, ha le sembianze di un faro, di cui oggi resta una sola parete, costruito per avvistare le navi in avvicinamento, alimentato a olio d’oliva o, ancora, olio di balena, sostanza di cui, sembra, andassero ghiotti i mostri marini, ma anche i più semplici rettili.

Da qui la leggenda che, secondo le tante ricerche, in particolare quelle svolte dal professore Antonio Corchia, ha dato il nome alla torre: un serpente trovava dimora tra i sassi del faro, e ogni notte ne beveva l’olio dal lume, impedendo alle navi nemiche di avvistare la città. Così, i pirati e i saraceni, grazie al provvido rettile, restavano a brancolare nel buio, disorientati, senza possibilità alcuna di attracco sulle coste otrantine. C’è chi dice che fu proprio il serpente, pochi anni prima del 1480, anno della tragica incursione turca, a salvare la città e a dirottare i saraceni verso la vicina Brindisi.

Maria Corti, ineguagliata narratrice otrantina, tra le tante battaglie che portò avanti, s’impegnò per la salvaguardia della Torre del Serpe. Questa la sua bellissima versione della leggenda del serpe, raccontata nel romanzo L’ora di tutti:

“Case vicino alla torre non ce n’erano perché posto sinistro quello, dove la notte i morti tornavano dal mare alla riva, salivano sugli scogli e andavano con sottili lamenti fra le malerbe. Questa storia sulla nostra costa ebbe inizio nei tempi addietro quando in Terra d’Otranto regnava Maria d’Enghien e sulla torre viveva un serpe; in una notte di tempesta questo serpe salì a spirale lungo il muro della torre, infilò la testa fra le grate della feritoia più alta e visto l’olio della lampada,  che faceva luce ai naviganti e dava segnale del porto, essendo privo di vero conoscimento, si bevve quell’olio sino all’ultima goccia e lo digerì disteso sulla pietra, nel silenzio della notte. Attraversava allora il canale un galeone di mercanti veneziani, che andò subito a sbattere contro gli scogli; i mercanti veneziani sparirono nell’acqua, ma non poterono aver pace nel fondo del mare, perché nei loro occhi morti, nei loro piedi morti era rimasta la voglia di terminare il viaggio interrotto. Così, di tanto in tanto, essi passeggiavano sulla costa, ricordandosi delle cose piacevoli della vita.

Oggi, la torre, restaurata di recente, spicca nello stemma civico di Otranto, abbracciata da un serpente nero, orgoglio di tutti gli otrantini che vedono in questo antico faro romano il simbolo della città, la vedetta fiera e immobile che ha assistito a tempeste e bonacce, all’arrivo di navi nemiche e battelli tristi e vuoti senza pescato, folate di gabbiani e lacrime di martiri. E che, grazie alla volontà dei cittadini, resiste alla salsedine adriatica e all’impietoso scorrere del tempo.

Immagine di copertina © Fabrizio Arati

Qui, l’inizio del viaggio e le storie sulle altre torri costiere del Salento.

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