È strano come un piccolo paese con un pezzetto di mare

e quattro casette bianche addormentate al Sole

bastino a placare un animo inquieto e a dissolverne le pene.

È per questo che qui mi precipito da anni, ormai,

quando mi pare di non reggere più alle continue prove della vita,

alle disillusioni, alla tristezza.

Qui sono al sicuro, mi ripeto, fuori dal mondo,

protetta quasi come ai tempi in cui erano gli altri

a decidere per me, a difendermi dalle contrarietà.

Renata Fonte

Impregnate della salsedine dello Ionio, le tre arcate della Torre dell’Alto spiccano all’orizzonte, ammiccano ai bagnanti di Santa Caterina e sorvegliano la splendida foresta del Parco Naturale Portoselvaggio e Palude del Capitano, di proprietà del Comune di Nardò, di cui la torre si fa fiera custode. Ai tempi dei cavalieri e delle invasioni dall’Oriente, la Torre dell’Alto, nota anche con il nome di Torre del Salto della Capra, comunicava a nord con Torre Uluzzo e a sud con la Torre di Santa Caterina.

Costruita per ordine del viceré spagnolo Don Pietro da Toledo, nella seconda metà del Cinquecento, la torre fu eretta dal mastro neretino Angelo Spalletta e utilizzata a scopo difensivo fino alla metà del Seicento. Deposta l’artiglieria, la bella torre si mutò in lazzaretto e, a partire dall’Ottocento, completamente abbandonata.

Oggi la torre si contenta di sorvegliare la splendida distesa di pini d’Aleppo del parco naturale, che nasconde meravigliose cavità marine, come la Grotta del Cavallo o la Grotta delle Corvine, o ancora il fenomeno carsico delle spunnulate nell’area della Palude del Capitano, una roccia porosa e, in primavera, ricoperta di fiori spontanei, gioisce dell’avvicendarsi delle stagioni e del fiorire della natura, dei profumi del mirto e del lentisco, dei colori della macchia mediterranea dei giochi delle volpi, degli scoiattoli. E, d’estate, assiste alla trafila di bagnanti che popolano una delle insenature più belle del Salento o, ancora, osserva perplessa il vai e vieni di barche di lusso che fanno tappa a Portoselvaggio.

Si racconta che la Torre dell’Alto sia stata teatro di una triste leggenda, che ancora si ricorda nel nome dello sperone di roccia sottostante, Rupe della Dannata. Erano i tempi seicenteschi dello jus primae noctis, rivendicato con arroganza dal Guercio di Puglia, conte di Conversano, su tutte le più belle fanciulle della contea, obbligate a passare la prima notte di matrimonio con il nobile dall’occhio strambo. Per sottrarsi all’infausto obbligo, poche erano le soluzioni, e non poche sceglievano di mettere fine alla propria vita di donne maritate invece di cominciarla nel letto del Guercio. Così, davanti al desolato sguardo della torre, una di loro scelse di donarsi al mare in tempesta saltando già dalla rupe, pur di non cedere all’atavico privilegio.

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La Torre dell’Alto, con il belvedere di Portoselvaggio e il Parco Naturale, è legata al nome di Renata Fonte, giovane assessore alla Cultura del Comune di Nardò, assassinata il 31 marzo del 1984 da due sicari, dopo un’estenuante seduta del consiglio comunale. La morte di Renata Fonte precipitò Nardò in un doloroso disordine politico. Una sorta di caccia all’untore si propagò tra le fila dell’opposizione, andando a spulciare perfino tra le righe dei quotidiani locali, delle voci contrarie, alla ricerca di un movente, un indizio, una traccia. Non solo, l’ombra pesante della Sacra Corona Unita, della mafia, stravolse la città di Nardò, si parlò di malavita organizzata, in una città che, tra le poche nel Salento, si era sempre distinta per la sua non affiliazione ai clan.

Le dinamiche dell’omicidio, i tre colpi di pistola sull’uscio di casa, ricordavano dinamiche della ben nota SCU, ma nessuna famiglia criminale si nascondeva dietro l’omicidio di Renata, ma beghe di partito, cattiva amministrazione, gelosie, vendette. Le indagini si conclusero con la condanna degli esecutori materiali, Giuseppe Durante e Marcello My, gli intermediari, Mario Cesari e Pantaleo Sequestro, e il mandante, Antonio Spagnolo, vegliese, collega di partito di Renata, primo dei non eletti alle elezioni amministrative del 1982, che avrebbe commissionato l’omicidio per risentimento, data l’esclusione, e che poi avrebbe preso il posto di Renata nel consiglio comunale, insieme alla Democrazia Cristiana, lo stesso partito che aveva proposto pochi anni prima la lottizzazione di Portoselvaggio.

A lei è dedicato oggi lo splendido belvedere che precede la torre, ma la sua morte sembra avere poco a che fare con la protezione della baia. Altri nomi, altre esistenze, si sono battute per salvaguardare questo angolo di terra, Parco Regionale dal 1980. Come scrive Luciano Tarricone, docente universitario neretino, sulle pagine de La voce di Nardò “se nella battaglia per Portoselvaggio esiste un nome di donna che fu parte attiva e determinante questo è quello della professoressa Cecilia Santoro Lezzi che lanciò l’allarme del rischio lottizzazione dell’area di Portoselvaggio, poi raccolto e fatto proprio dalle parti politiche e culturali più avanzate e attente della società neritina. Se nomi vanno fatti e meriti vanno attribuiti allora Pantaleo Ingusci e Salvatore De Vitis di Italia Nostra certo furono in prima fila a combattere la battaglia contro il “barone del mare”, ovvero Angelantonio Fumarola, ministro plenipotenziario, barone di Portoselvaggio, proprietario dell’area e promotore del progetto di lottizzazione che avrebbe stravolto il nostro territorio. E poi quello di un “eroe” solitario quanto dimenticato cui molto deve Portoselvaggio per la coerenza dell’impegno e per la forza con cui lo spese.
Se Pinuccio Caputo con un intervento fiume in Consiglio Comunale, che si aggiunse a quelli degli altri consiglieri comunali socialisti e comunisti, non avesse, a notte fonda stroncato la resistenza dei colleghi democristiani, facendo mancare il numero legale e determinando lo scioglimento dell’assemblea che avrebbe dovuto votare il progetto di lottizzazione, la storia forse sarebbe stata altra”.

Oggi nel parco di Portoselvaggio è proibito edificare. Ma la battaglia contro la speculazione edilizia nel Salento si combatte su altri fronti, a Melendugno, contro il gasdotto TAP, o ancora nell’oasi della Sarparea, sempre in territorio neretino, dove incombe il progetto di un ennesimo resort turistico con conseguente espianto degli ulivi secolari. Quella contro le colate di cemento e l’edificazione selvaggia è una battaglia che il Salento non ha ancora vinto e che continua a combattere, ogni giorno, contro l’ingordigia di pochi e, purtroppo, la noncuranza di molti.

Qui, l’inizio del viaggio tra le torri costiere. 

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